Cambiare l’Europa non é un pranzo di gala

Sognare la ricostruzione dell’Unione Europea radicandola sulle autonomie locali, come fa Poli nel suo ultimo libro, sarebbe una via giusta. Ma resta un’illusione, se non si affronta il vizio d’origine: l’euro

Fare politica dovrebbe prevedere il possesso di una cultura politica. Magari non i rigori gesuitici della scuola comunista delle Frattocchie, il cui primo teorico fu niente meno che Antonio Gramsci, ma neppure il vuoto siderale di cui sono volonterosamente armati i novizi che s’affacciano oggi alle candidature: gente mediamente senz’arte né parte nella conoscenza dei meccanismi istituzionali e nelle dinamiche dell’agone, che, come dice l’etimo di origine greca, é una lotta. E ogni lotta ha le sue specifiche regole, presuppone un bagaglio teorico, impone esercizio e fatica, si affina con lo studio e l’osservazione continua. Primo passo: leggere. Leggere qualche libro, non i social o i titoli dei giornali. E questo naturalmente vale per chiunque abbia una zucca che voglia riempire di sale, e non lasciarla come il buco nero scoperto l’altro giorno.

Cade a fagiolo, in vista delle elezioni europee di maggio, un pamphlet agile e battagliero scritto da Corrado Poli per sostenere una sorta di “terza via” fra europeisti sfegatati e sovranisti arrabbiati. Il titolo per la verità non ha un taglio polemico, sembra più l’intestazione di una prolusione accademica: “EUROPA 2024: Geopolitica delle autonomie per il federalismo europeo” (Cleup). Ma le tesi, sia pur scritte in uno stile piano e senza aceto, sfidano apertamente i due fronti opposti, benché si capisca chiaramente che verso i fan dell’Europa la critica é amichevole: son “compagni che sbagliano”, non avversari come gli altri. E in cosa sbagliano? In una difesa troppo chiusa al cambiamento, puramente reattiva, senza slancio ideale né capacità di progettare un’alternativa all’esistente. «Conservatori», li definisce infatti Poli. E fa bene, perché questo sono.

Non basta richiamarsi ad una generica “cittadinanza europea”, che si contenta di «un’appartenenza astratta, mentre responsabilità e cittadinanza sono concetti indivisibili in una democrazia». Si deve ridare una meta, a questa Unione così disunita politicamente, con un parlamento eletto ma che non conta niente. E secondo l’autore la via si ritrova guardando in basso, nel locale, per far riprendere contatto il cittadino con la cosa pubblica: «I movimenti autonomisti sono l’occasione per riflettere su confini e identità significativi e ridisegnarli a tutti i livelli poiché, come sono oggi, i rapporti tra area e amministrazione appaiono privi di senso». Autonomie, dunque, all’interno degli Stati. Che sarebbe il caso diventassero federali. Per ritrovarsi federati in una comune «federazione europea». Con le sue parole: «il sogno federale di un’Europa dei cittadini davvero basata su un principio di sussidiarietà e quindi di federalismo emergente dai Comuni e articolato in Regioni e Stati».

L’obiettivo é chiaro. A non esserlo altrettanto, é come arrivarci. Poli non é un ideologo sul cocuzzolo della montagna, e perciò include la necessità di «mediazioni», concime della politica, e sa che per ottenere risultati occorrono compromessi. Ma qua il problema é capire dove starebbe il popolo per siffatto programma. Ovvero se esistono interessi sociali abbastanza corposi per rendere appetibile un neo-federalismo che, spiace per il Nostro, risponde in modo troppo idealistico, e troppo poco realistico, ai bisogni cui invece danno soddisfazione immediata, ma – conveniamo – inadeguata (almeno sul lungo periodo), i sovranismi.

Questi ultimi, infatti, all’elettore impaurito e infuriato per i disagi della globalizzazione (disoccupazione e delocalizzazioni endemiche, immigrazione sistematica, perdita di autodeterminazione nelle scelte fondamentali) dicono questo: riconquistiamo la sovranità nazionale, che é la storica dimensione in cui la modernità, democratica e non, ha fatto esprimere la volontà popolare. Guardano al passato, certo. Ma un passato solido, ancora abbastanza recente, e immediatamente percepibile – non foss’altro perché, in barba alla sopravvalutata “Generazione Erasmus”, ogni nazione ha un contesto storico, sociale, culturale e quindi politico tutto suo. Non necessariamente la «barbarie», perché cercare radici é umano, é politico, é naturale (semmai, i Salvini e gli Orban maramaldeggiano facendo credere che basti il richiamo all’identità per surrogare il senso di comunità, disintegrato da una società in cui tutto, anche i valori, sono merci di consumo).

Poli vuole evitare come la peste l’astrattezza, ma ci ricade in pieno, perché il suo proposito sembra quello del finissimo ma evanescentissimo intellettuale liberal Jurgen Habermas: costruire un “patriottismo europeo” fondato sul bravo cittadino responsabile, Costituzione in mano (quale? i trattati di Nizza e Lisbona?) e occhi strabici, uno sul proprio Comune-Regione-Stato, e l’altro sull’Europa. Un essere ideale, che nella realtà esiste solo in un unicum mondiale: la Svizzera. Ora, la Confederazione Elvetica sarebbe un ottimo modello di democrazia realizzata, non fosse che si è formata via via nei secoli, attraverso guerre e in una particolare conformazione geografica che ha avuto il suo peso, ma soprattutto mantenendo gelosamente il principio di autogoverno più locale possibile. La tara della (Dis)Unione Europea é aver scelto di concretizzarsi dall’alto, algidamente, tecnocraticamente, in una gabbia d’acciaio chiamata Euro: una trappola artificiale disegnata a tavolino sull’altare della sacra finanza e della geopolitica berlinese, e non per il bene sociale dei popoli. Su questo punto, che é il punto, i sovranisti ci prendono in pieno.

E’ sullo strapotere della globalizzazione finanziaria, vera madre della moneta unica, la vera contrapposizione fra conservatori e innovatori, reazionari e rivoluzionari, che é questa: liberali contro anti-liberali. I primi difensori dello status quo, i secondi, di vario tipo e finora più a parole che nei fatti, suoi avversari. Essendo Poli un liberale, sia pur irregolare e senza pregiudizi (non è un Panebianco che al solo odor di grillini ipotizza l’auto-esilio), una divaricazione sul crinale del liberalismo non può accettarla. E s’illude così di poter riformare una (Anti)Europa irriformabile, quanto meno presumendo di farlo consensualmente e senza strappi.

(ph: Wikipedia)