Il “Verme” della Maso: un altro pregevole “mostro” nella letteratura

Il romanzo della scrittrice argentina presenta un personaggio che ha solo caratteristiche negative. E che tuttavia – o proprio per questo – attrae

Una cosa è sicura: in letteratura niente è meglio del peggio. Personaggi osceni, insopportabili, balordi, egoisti. I romanzi non sono precettistica, salvo nel tempo del politicamente corretto. E infatti, oggi come oggi, disgustano col loro buonismo d’accatto. Per fortuna, il fronte sudamericano, almeno quello che arriva qui – per esempio Fadanelli con il suo “Fango”, un Lolita in chiave moderna – è tutto fuorché borghesemente accettabile. L’ennesima prova ci arriva dal romanzo dell’argentina Gilda Maso, “Verme”, pubblicato in Italia dalle Edizioni Arcoiris (specializzate appunto in cultura latino americana e tutte da scoprire). Il testo è una sorta di favola, di cui ha anche la semplicità del linguaggio e della struttura, ma con un’impronta iperrealista – entomologica potremmo dire – in cui il personaggio è osservato alla stregua di un insetto. Della favola, inoltre, vi è forse anche la spietatezza.

“Verme” è la storia di Gastón, un uomo del sottosuolo trasposto nell’attualità a noi più vicina, ma privo della coscienza tragica del suo predecessore dostoievskiano. La vita del personaggio è segnata dalla bassezza, da una presunzione fuori misura, dalla volontà di farsi spazio a qualsiasi costo, dalla misoginia e dalla misantropia, dal fallimento. Gastón fa di tutto per essere qualcuno, con i suoi scarsi mezzi di partenza, ma la sfida non gli riesce. L’insuccesso è dietro ogni sua mossa. E, anche quando ottiene qualcosa, è sempre e solo in parte. Eppure, egli non ha scuse perché «Gastón crebbe e visse nel mondo ricevendo amore, giocattoli e varie cose buone, ma preferì comunque acquisire caratteristiche orribili e potenziare le sue bruttezze congenite» Come scrive l’autrice, forse nella parte più didascalica del testo, proprio all’inizio: «cosa pesa di più: il fattore biologico o quello acquisito? Nella personalità, traccia esterna del nostro universo interiore, chi si prende la fetta più grossa? Quello che siamo da sempre, o quello che impariamo a essere? Nel caso di Gastón verrebbe da pensare che, dopo la nascita, le fate addette alla distribuzione dei doni si affacciarono alla sua culla e – per cattiveria o distrazione – dotarono Gastón solo di caratteristiche negative».

In verità, il protagonista è un po’ la rappresentazione della parte più abietta che abita in ciascuno di noi e che un certo qual parossismo narrativo potrebbe nascondere a uno sguardo superficiale. E la parabola della sua esistenza si risolve infine nel farci prendere coscienza – cosa che lui non guadagnerà mai – di come la miseria morale stia dietro ogni atto. In fondo, il suo peccato imperdonabile è proprio questo: lui non riesce ad affermare sé stesso come tutti i malvagi. E questo suo soccombere nella codardia come nel sotterfugio, nel ripiego e nel piacere da poco, lo riscatta restituendogli una strana e inconfessabile simpatia agli occhi del lettore. Ogni eroe negativo realmente riuscito è, in ultimo, come Alexander DeLarge in “Arancia Meccanica”, un essere la cui spaventevolezza attrae, scatenando sentimenti forti di cui un po’ ci si vergogna. Il personaggio della Maso va quindi ad aggiungersi alla galleria segreta di reprobi che ogni amante di una letteratura che si rispetti custodisce negli angoli riposti del suo animo e contempla in solitudine, con tremore, e la voglia irrefrenabile di toccare con mano, da vicino, il Mostro.