Baby gang a Venezia, l’insegnante: «scuole professionali, un argine al vuoto»

L’intervista: «si è perso il rispetto per regole e istituzioni. Anche per colpa dei genitori». Il problema di fondo? «Sono abbandonati a se stessi»

«Le baby gang? Sono “solo” la punta di un iceberg. Sono “solo” l’evidenza di un fenomeno molto più esteso, di un clima che si vive nel mondo della scuola ma che molte famiglie e le istituzioni non riescono o non vogliono vedere. Col risultato che, quando qualcuno si muove, lo fa sempre ad emergenza conclamata ma mai con una strategia preventiva».

A parlare è un insegnante con funzioni dirigenti in un istituto professionale che opera nel Comune di Venezia. Un territorio non certamente di periferia «anche se di fatto il mondo delle scuole professionali raccoglie una periferia sociale abbandonata a se stessa e ben presente anche nella città capoluogo. Noi siamo l’ultimo argine, l’ultimo presidio socio-educativo valido per cercare di far rientrare il disagio all’interno di binari di sana convivenza. Ma lo facciamo in condizioni che sono spesso proibitive».

L’esplodere, in questa prima parte dell’anno, di una lunga sequela di aggressioni e violenze che si sono consumate a Venezia e Mestre per mano di bande di adolescenti, diventa lo spunto amaro per una riflessione sull’humus che può generare questi fenomeni. Non perché l’ambito delle scuole professionali debba essere automaticamente etichettato come una sorta di pollaio per giovani sbandati «anche se in queste settimane più di un allievo vanta o millanta conoscenze e legami con gli ambienti di queste baby gang». Ma perché qui, soprattutto a partire da qui, è possibile identificare quelle tare, quelle mancanze, quelle solitudini che sfociano in rabbia e delinquenza giovanile.

«Per chi come me – spiega – vede le cose da questo osservatorio è impossibile prescindere da una grave voragine di fondo: da anni si è distrutto il rapporto di fiducia tra famiglie e scuola. L’insegnante, in generale, non è più visto come una figura degna di rispetto. Con la complicità di una certa politica passa solo l’idea che gli insegnanti siano solo dei fannulloni che fanno tante vacanze. Basti pensare al progetto di legge che riguarda il controllo dei dirigenti scolastici attraverso le impronte digitali all’ingresso dei plessi. E’ lo stesso trend di sfiducia che colpisce le istituzioni e tutti quei punti di raccordo che dovrebbero tenere unita una comunità».

Questo clima in cosa si traduce?
Si traduce in episodi che sono ormai all’ordine del giorno: genitori che contestano, quando addirittura non aggrediscono, gli insegnanti davanti ai figli. Altri, quando va bene, se la cavano dicendo “hai sentito cosa dice l’insegnante?”. Ma non hanno la minima cognizione del fatto che ad un colloquio docenti non dovresti presentarti col figlio. Quando parli con i genitori di questi ragazzi nella maggior parte dei casi non sanno che fare, li proteggono e li giustificano. Spesso sono loro stessi in condizione di disagio sociale. Non di tipo economico ma legato ad una rassegnazione e ad una passività croniche. Spesso abbiamo la sensazione di parlare al vuoto.

Anche da qui si scatena un corto circuito?
Sì. Tutto questo produce ovviamente negli allievi una costante ribellione e una non accettazione delle regole. La scuola non deve assolvere a tutti i compiti educativi. Ma quando sei a scuola quella diventa la tua casa, nella quale devi rispettare le regole di convivenza.

Perché lei definisce la scuola professionale come un argine?  
Da un lato lo è diventato sempre di più dopo la riforma che ha elevato a 16 anni l’obbligo scolastico. Avendo il percorso scolastico obbligatorio più breve (tre anni), questo ambito è diventato il più appetibile per chi stenta o, meglio, pensa di non riuscire ad intraprendere con successo un percorso didattico. Ed è proprio attorno a questo snodo che noi rappresentiamo anche un argine dalle enormi potenzialità. Nel senso che la formazione professionale insegna a questi ragazzi un mestiere e li aiuta a scoprire, attraverso laboratori e metodi per nulla paludati, le loro abilità e competenze. Questi ragazzi sono spesso convinti di non essere capaci in nulla e che non vale la pena far nulla perché la situazione tanto non cambia. Noi siamo quindi un argine per evitare di farli precipitare nella stessa rassegnazione e solitudine di troppi dei loro genitori.

E ci riuscite?
Cerchiamo in tutti i modi di proporre loro dei modelli positivi, puntando sul “sei tu il bello, che riesci a fare qualcosa”. Non sono cattivi ragazzi. Ma sono ragazzi che non hanno mai avuto un modello positivo. Sono soli. Ed è nella solitudine e nel tanto tempo che hanno a disposizione che si annoiano. Poi, quando trovano il gruppetto guidato da qualche leader negativo, trovano l’adrenalina e si ridestano. Scatenando, come nel caso delle baby gang, quel misto di frustrazione e solitudine da colmare. Bisogna invece far scoprire loro quel benessere che deriva dal mettere a frutto le proprie abilità. A volte ci si riesce e a volte si perde la battaglia, costretti come siamo a fare i conti con situazioni di oggettiva difficoltà e con l’abbandono, inteso in un duplice senso.

Ovvero?
C’è l’abbandono che si materializza quando vedi ragazzi che vengono a scuola visibilmente alterati da sostanze stupefacenti o cronicamente stanchi dopo notti insonni. Arrivano senza fare colazione, senza libri, penne e quaderni. Non si sa se, una volta tornati a casa, troveranno un pranzo a tavola. Alcuni a casa proprio non ci dormono. Alcuni sono adulti senza esserlo, abbandonati a loro stessi. E poi c’è l’abbandono scolastico che in questa realtà può raggiungere anche il 10% degli allievi. Noi li segnaliamo, attraverso l’anagrafe regionale per l’obbligo scolastico e al Comune, che come noi lavora per tenere aperti i contatti con la famiglia e con il quale la collaborazione rimane costante per consentire il reinserimento. Spesso però va a finire che questi ragazzi, salvo qualche apparizione spot, non tornino più a scuola malgrado l’obbligo. Purtroppo, molti di loro non sono orfani di fatto, ma lo sono nei fatti.

Contro l’abbandono dei ragazzi a loro stessi cosa si può dunque fare?
Un tempo esistevano progetti finanziati di orientamento, fin dalla scuola media, proprio contro la dispersione scolastica. Questo per monitorare in anticipo le situazioni più difficili. Ora è tutto lasciato alla capacità economica degli enti. Contemporaneamente il ruolo degli educatori che si dedicano ai minori va rafforzato, altrimenti non possono incidere adeguatamente, in fase preventiva, su fenomeni come quelli delle baby gang. Penso ci sia una visione distorta del concetto di “controllo del territorio”. A questi ragazzi non si può contrapporre la logica del controllo a colpi di pattuglie. Anzi tutto questo, persino l’essere fermati ed identificati dalle forze dell’ordine, diventa per loro oggetto di vanto e non di dissuasione. Non c’è costruzione educativa in questo modo di agire. Bisogna invece ripensare al controllo del territorio in termini di creazione di luoghi e programmi di aggregazione promossi dall’istituzione pubblica, attraverso le politiche sociali. Questo puntando sulla scoperta delle abilità e sull’educazione al vivere assieme.

Orfani, abbandoni, solitudini: è come se alla base mancasse un’idea di “casa”…
Sì. Da questo punto di vista credo sia essenziale che si agisca in tutti i modi per ripristinare un dialogo con le famiglie. Ma, vado oltre, parallelamente le scuole stesse dovrebbero rimanere sempre aperte durante il giorno. Non come luoghi per fare i compiti del doposcuola sotto la cappa dell’obbligatorietà. Bensì aperte per offrire attività di gruppo, strutturate e pensate per favorire capacità e aggregazione. La scuola insomma come una casa aperta.

(ph: shutterstock)