Il calcio veneto alla svolta: modernizzarsi, o diventa uno sport minore

Club con pochi soldi, zero progetti e investimenti, risultati sportivi modesti, stadi vecchi. E gli appassionati vanno a vedere il grande calcio a Milano e a Torino

Mancano ormai poche partite alla fine dei campionati di calcio professionistico della stagione sportiva 2018-2019 e il bilancio finale non si prospetta brillante per le squadre venete. C’è addirittura il rischio che dopo decine di anni il Veneto non abbia più una squadra in Serie A. Il Chievo Verona, unica portacolori regionale rimasta dopo la retrocessione l’anno scorso dei concittadini dell’Hellas, è già condannata a scendere fra i Cadetti dopo dieci campionati consecutivi. E a sua volta l’Hellas ha ormai abbandonato la speranza di una promozione diretta nella massima serie e sta lottando per la risalita attraverso i play off, così come l’inesauribile Cittadella.

Restando in B c’è da registrare la retrocessione del Padova in terza serie solo dopo un anno dalla vittoria del campionato di Lega Pro 2017-2018. E la quarta rappresentante del Leone di san Marco, il Venezia, non viaggia affatto tranquillo verso la salvezza.

All’ultimo gradino dei professionisti, dopo la scomparsa per fallimento del Vicenza Calcio, era il Vicenza Virtus, ex-Bassano Virtus, su cui si puntava per ripetere il percorso vincente degli anni scorsi di Padova e Venezia, ma i biancorossi di Renzo Rosso sono incappati in una stagione deludente che, al momento, li vede relegati al 10° posto e le speranze di conquistare uno dei due residui posti-promozione tramite play off sembrano obbiettivamente pochine.

L’altra veneta, la Virtus Verona, terza squadra della città, sta battendosi al di là del prevedibile per la salvezza, che sarebbe già un gran risultato per una società sottodimensionata perfino per la scadente Serie C attuale.

In generale, insomma, il calcio veneto Pro non riesce a sollevarsi dalla diffusa mediocrità in cui naviga da anni, non ostante la grande tradizione, il blasone e la storia ultrasecolare dei club più importanti. Gli annuari del football però sono impietosi: riferiscono che un solo scudetto è stato vinto in terra veneta, dall’Hellas nel 1985 e cioè 35 anni fa. Che l’altro miglior risultato in campionato è il secondo posto del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi nel campionato 1978. Che l’unico altro titolo nazionale vinto è la Coppa Italia del Vicenza Calcio di Guidolin nel 1997. Che l’ultima partecipazione di un team regionale alla Champions League è quella dei gialloblu del Chievo nel 2006. Questi sono gli hit e parliamo in massima parte del secolo scorso!

Il nuovo secolo e, gli ultimi due decenni del precedente, sono stati costellati di fallimenti societari e di campionati modesti, di rifondazioni a raffica e di proprietà e presidenze spesso discutibili, per non dire peggio. E questo è accaduto in una delle regioni più ricche non solo del Paese ma anche dell’area economica continentale più produttiva. Che però non è mai riuscita a esprimere una grande società di calcio, che rappresenti la terra veneta delle tante eccellenze nel calcio nazionale ed internazionale.

Nessun grande gruppo industriale o finanziario basato in regione ha finora investito nel calcio professionistico per avviare un progetto di ampio respiro, che produca risultati sportivi e ricavi economici sulla scorta di quanto succede ormai in tutta Europa. L’approdo di mr Diesel in una piazza ambiziosa e bramosa di rivincite come Vicenza per ora non ha portato il salto di qualità che ci si aspettava, si è impantanato in un modesto «anno zero».

In Veneto siamo ancora fermi agli stadi di proprietà pubblica, impianti vecchi o nati vecchi, scomodi, non funzionali allo spettacolo e inadatti alla produzione di entrate. Stadi a cui i tifosi sono affezionati in quanto cimeli delle storie delle società più antiche e seguite, ma che dovrebbero invece desiderare sostituiti, visto che sono logisticamente e strutturalmente obsoleti, da impianti moderni, degni di team con grandi ambizioni.

Si gioca ancora invece nel vecchio Menti a Vicenza, nel vetusto Sant’Elena a Venezia, nel Tenni a Treviso, campi di gioco che hanno 80 e più anni di vita e li portano male. E che costano un sacco di soldi ai cittadini, anche a quelli a cui non importa nulla del calcio, perché i Comuni si devono accollare le spese di manutenzione straordinaria a suon di centinaia di migliaia di euro all’anno. E lo stadio più recente della Regione, l’Euganeo di Padova, non lo vuole più né il Comune e nemmeno il Calcio Padova tant’è brutto e scomodo. Il Bentegodi di Verona è l’unico impianto del Veneto omologato per il calcio internazionale, peccato che il calcio internazionale non faccia più tappa da decenni da queste parti. In tutta Europa il calcio punta sugli stadi di proprietà dei club, in Italia siamo fermi a tre, in Veneto a zero.

La conseguenza di questa arretratezza, di questa zero progettualità è che gli appassionati della regione vanno a vedere il grande calcio in Lombardia o in Piemonte. Oppure fanno l’abbonamento alla pay tv per godersi le partite dei grandi team, anche di altre nazioni, dove lo spettacolo c’è eccome.

Basta vedere i dati sul calo degli spettatori negli stadi veneti, ormai semivuoti anche per colpa di calendari ed orari demenziali imposti dai network televisivi.

Qui, se non cambia presto qualcosa, il calcio professionistico finirà per diventare uno sport minore. L’invecchiare della popolazione da un lato e, dall’altro, il non modernizzarsi delle società  e quindi la mancanza di nuovo pubblico, di nuove generazioni di tifosi, relegherà sempre di più il calcio veneto nelle retrovie nazionali.

(ph: Shutterstock – Ozymandian)