“Il ventre di Napoli” della Serao, vera intellettuale vicina al popolo

La testimonianza di chi ha visto con i suoi occhi i dannati della terra. Realtà che Saviano e Murgia conoscono solo in fotografia

C’è un’esperienza che ogni “forestiero”, possibilmente alla sua prima visita nella città partenopea, dovrebbe concedersi. Dopo aver girovagato ininterrottamente durante il giorno e per buona parte della notte, prima di dormire, potrebbe prendere (o riprendere) in mano il libro di Matilde Serao, “Il ventre di Napoli”. Si tratta di una serie di articoli, una sorta di reportage letterario a puntate, comparsi sul quotidiano “Il Mattino” (fondato dall’autrice stessa) alla fine dell’800 e di lì a poco riproposti in volume dall’editore Treves. L’impatto è sconvolgente. È passato più di un secolo, eppure l’inchiesta della famosa scrittrice e giornalista italiana resta di sorprendente attualità. Il pittoresco da lei fotografato rimane praticamente immutato, quasi come il degrado. Anzi, quest’ultimo è tale e quale, si potrebbe dire, malgrado adeguato al progresso tecnologico. Il monello e il ladruncolo, lo scugnizzo e la manovalanza camorrista girano su uno scooter adesso – spesso e volentieri anche in tre –, ma la sostanza non muta. Napoli è stupenda e ammaliante, ma resta un casino a cielo aperto.

La Serao ha ben chiaro il punto. Per quanto il governo dei tempi, dopo un’epidemia di colera, volesse sventrare Napoli e risistemare alcuni tratti, almeno i vicoli più malsani, lei sa che «per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive […] per dir loro che essi sono nostri fratelli, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla». Attenzione, però! La scrittrice non vuole muovere un’invettiva contro la sua gente. Piuttosto il suo è un grido fermo ai governanti che domanda pietà, rispetto per questa umanità volutamente tenuta al margine («non è dunque una razza di animale, che si compiace del suo fango; non è dunque una razza inferiore che presceglie l’orrido fra il brutto e cerca volenterosa il sudiciume; non si merita la sorte che le cose gl’impongono; saprebbe apprezzare la civiltà, visto che quella pochina elargitagli, se l’ha subito assimilata; meriterebbe di esser felice»).

La geografia del luogo è riportata lucidamente, con uno sguardo mai distaccato e freddo. E chiunque abbia visto la dolorosa, eppure stranamente armoniosa, convivenza di signorile e popolano non potrà non riconoscervi ancora oggi la città: «vicolo nerastro, tutto disselciato, pieno di acque luride, pieno di una melma attaccaticcia, in questo vicolo talmente tetro che sembra una tomba […] quella gente vive e muore, laggiù, alle spalle dei superbi palazzi, ignota, obliata, disdegnata, disprezzata!». Ma non sono solo i vicoli, anche le scene di vita quotidiana restano incredibilmente inalterate per molti versi. Se ai tempi della Serao si vedeva «un vaccaro sudicio» e «le serve» che «comprano i due soldi di latte» e alcune «per non avere il fastidio di far le scale, calano dalla finestra un panierino dove è un bicchiere vuoto e un soldo […] e fanno risalire il panierino con molta precauzione, per non versare il latte», oggi la scena si ripete identica avendo come nuovi protagonisti una vecchia signora, il cameriere di un bar e una bacinella.

Il ventre di Napoli, volutamente ispirato al testo del grande francese Emile Zola, “Il ventre di Parigi”, è l’esatta antitesi del canto murgiano e savianiano a favore dei dannati della terra. Non si ha a che fare qui con l’amore per un’umanità distante e indistinta, con cui solitamente non si è mai avuto niente a che fare e che neppure si è vista, se non nelle foto sui giornali. Questo è il libro di una napoletana – seppur non popolana – che parla di quelli che sono i suoi fratelli e sorelle, concittadini, gente con cui condivide un sangue comune, di una donna che ha visto con i suoi occhi quella realtà. E, infatti, la sua non è un’indignazione spocchiosa e arteriosclerotica, ma colma prima di tutto di compassione e amarezza («ma in realtà è molto, molto crudele che tutto questo esista ancora, e che creature umane lo subiscano, e che uomini di cuore sopportino che questo sia»). Ecco, la Serao è quella che si chiama un’intellettuale vicina al popolo – o si scrive intellettualA? Esattamente quello che manca, oggi, in Italia.