Pedofilia e ’68 secondo Ratzinger: la morte di Dio nella Chiesa

L’articolo del papa emerito è stato visto come un attacco reazionario. Ignorando la sua profonda analisi sulla corruzione morale. E su possibili vie d’uscita

La maggior parte dei commentatori, di fronte al lungo articolo del papa emerito sulla piaga della pedofilia nella Chiesa, ha innestato il pilota automatico e ha interpretato la presa di posizione di Benedetto XVI come un attacco reazionario a papa Francesco e una “damnatio” fuori tempo massimo della Rivoluzione del ‘68. Si è così persa la complessità della riflessione ratzingeriana come pure la natura problematica del suo intervento, fatto di “appunti messi insieme”, cioè di materiali ancora in parte grezzi, utili ad aprire piste di ricerca piuttosto che a chiudere dogmaticamente ogni discussione. Nessuno poi si è soffermato sulla sezione dedicata al Diritto canonico e alla sua inadeguatezza per colpire quanti, fra il clero, abusano dei minori.

Stranamente non si è data nessuna importanza neppure alla inusitata crudezza di alcuni passaggi che, da soli, segnalano la drammaticità della crisi che la Chiesa sta oggi vivendo: «una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta – ricorda Benedetto – mi ha raccontato che il vicario parrocchiale iniziava l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: “questo è il mio corpo che è dato per te”. È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto». Dunque la pedofilia come culmine di una oscena blasfemia che disintegra lo stesso nucleo della fede cristiana e ne provoca la scomparsa? Sì, a patto tuttavia di inserirla all’interno di quel “collasso morale” che ha caratterizzato la società a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso e che non ha risparmiato la Chiesa.

L’epicentro di quel collasso, per il papa emerito, va ricercato nell’affermazione che non esiste alcuna azione veramente buona né alcuna scelta radicalmente malvagia ma solo valutazioni relative, provvisorie, in un contesto sempre mutevole. Negli anni Ottanta tale concezione relativistica della morale fu fatta propria da molti teologi cattolici con le … relative conseguenze, tra cui la crisi dei seminari in parecchi dei quali «si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari». Senza contare che il diffuso relativismo morale portò alla percezione della “inutilità” di Dio inteso come Bene assoluto che orienta l’agire umano. E alla sua conseguente scomparsa, alla sua morte.

E proprio questa, la morte di Dio, è il centro dell’intervento di Benedetto XVI, con l’avvertenza che egli non tratta della scomparsa di un concetto astratto, del venir meno di una parola priva di significato, ma della morte del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, di un Dio che si è pienamente manifestato nell’uomo Gesù e continua ad esserlo nella Chiesa. Ed è qui che papa Benedetto affronta alla radice lo scandalo che fa vacillare la coscienza dei credenti.

Infatti come può portare salvezza una Chiesa le cui nervature portanti si lasciano corrodere dal loro interno? Come può essere manifestazione credibile dell’amore di Dio una Chiesa che lascia crescere dentro di sé uomini dalle azioni abominevoli? Scrive Benedetto: «La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito». Ma essa è stata voluta da Dio, è Dio stesso quindi che viene posto in stato d’accusa per aver voluto qualcosa di sbagliato, di non buono. Dio stesso appare essere «non buono», non Dio. Meglio dunque non avere niente a che fare con una simile divinità e con la sua appendice impura. In che modo il mite e umile papa emerito torni a intravedere le stelle, lo lascio scoprire a quanti vorranno leggere la parte conclusiva del suo articolo. Buona Pasqua a tutti.

(ph:Imagoeconomica)