Europee, sempre le solite facce: non ci resta che piangere

Ma quale cambiamento. Tra pluritrombati e desperados tappabuchi è la sagra della banalità

Nonostante tutto, uno si illude. Tutti avevamo letto che «l’Europa è il nostro destino e bisogna migliorarla». Poi avevamo sentito che «andremo in Europa per cambiarla, per rappresentare le vere istanze degli italiani». Infine, chi è che non si ricorda frasi del tipo «queste elezioni europee saranno decisive per il futuro dell’Italia»? Così, un po’ ci speravamo. E, per puro sbaglio, senza rimandare all’ultimo giorno prima delle votazioni, siamo andati a vedere la composizione delle liste dei candidati, presentata giovedì anche per la circoscrizione Nord Est, che comprende anche Emilia Romagna e Trentino Alto Adige.

Ma c’è venuto da piangere (abbiamo ancora lacrime… è già qualcosa). Non per i contenuti del «nuovo che avanza», o per la sostanza del vecchio che vorrebbe permanere, ma per il quadro generale. Come è possibile migliorare le cose se non si aumentano le competenze, se le facce sono sempre le stesse, più o meno ripulite, se i futuri parlamentari europei sono stati al solito scelti esclusivamente tra le seconde file della società civile, tra i pluritrombati ma fedelissimi della politica d’annata, o al massimo tra i desperados tappabuchi? Insomma, appena uscite le liste, già la voglia di non andare a votare sale. Chi andrà a rappresentare decorosamente in Europa i gravi e urgenti problemi deli italiani e dei veneti?

I capilista di prestigio (Salvini, Calenda, Meloni, Silvio) sappiamo la fine che faranno: od opteranno per un’altra circoscrizione, oppure rinunceranno del tutto al seggio europeo, dopo aver trainato il carro degli sconosciuti. Ma gli altri che ci fanno? Onestamente non riusciamo a vedere molta differenza tra il contributo dei Daverio di oggi e le Zanicchi di ieri, a meno che non siano cambiati gli stipendi dei parlamentari europei, cosa di cui dubitiamo. La fila dei «fedeli nei secoli» in particolare nel Pd è lunga, dalla Alessandra Moretti alla Puppato, dalla Kyenge fino Variati. La Lega invece (si fa per dire) ha scelto il profilo del grigiore assoluto, stile PCUS, tanto a brillare ci penserà Lui, l’unico autorizzato e – speriamo di no – quello con il QI più elevato.

I Cinque Stelle per parte loro proprio non ce la fanno, e nonostante tutte le promesse di Di Maio di elevare il livello di competenze dei candidati, più in là di una giovane giornalista, qualche consigliere comunale, un parlamentare europeo uscente di incerto apporto non riescono ad andare. E nessun veneto significativo. Come faranno in questo modo a prendere i nostri voti, qualcuno magari proverà a spiegarcelo. Non poteva mancare Forza Italia, che ripresenta in vetta la polivalente ex leghista, ex tutto Irene Pivetti, le parlamentari di bell’aspetto Savino e Toffanin (ma perché un parlamentare italiano si deve candidare per l’Europa, per tirare su voti senza correre il rischio di restare senza stipendio?) oltre a un gruppetto di reduci e aspiranti, certamente non adusi alle ribalte continentali.

E infine nemmeno riesce a offrire segni di difformità la lista dei Fratelli d’Italia, data in ascesa secondo le ultime elezioni, e qui rappresentata da persone degnissime (non ho detto nuovissime), come Sergio Berlato, Sernagiotto o l’ex attrice Elisabetta Gardini, i quali sfortunatamente non vediamo come possano incrementare i piccoli numeri che in Veneto finora hanno caratterizzato il partito di Giorgia Meloni.

Completa il quadro la presenza inspiegabile (al cittadino normale) di partiti fortemente ideologici (Forza Nuova, Comunisti) consapevoli fin dall’inizio dell’inutilità dei loro sforzi per le presumibili percentuali prossime allo zero dei consensi. Né non sarà del tutto casuale che la banalità delle liste principali venga ribadita dalle non poche liste di contorno, brillanti per le solite fantasiose denominazioni (Partito Pirata, Rispetto per gli Animali etc.), che peraltro lasciano presagire una loro vita brevissima (o forse semplicemente qualche rimborso o vantaggio economico), e soprattutto quel fastidioso senso generale dell’inutilità di consultazioni in teoria così serie.

Risulta in tal modo evidente che nel clamoroso declino della democrazia rappresentativa nessuno voglia scansarsi nel rotolamento verso il basso. Questo è il quadro della sensibilità dei partiti politici vecchi e nuovi, come se nulla fosse successo, come se il paese non fosse sull’orlo del baratro. Al punto che – così stando le cose – non ci resta che sperare (nuovamente!) che la gran parte dei candidati più prestigiosi raccolga alla fine i pochissimi suffragi che si merita, con il risultato che dal cilindro miracoloso delle frattaglie messe a riempire le liste (per puro sbaglio) possa saltare fuori inattesa qualche piacevole sorpresa.