«La lezione di Greta: usare la tecnologia per salvare l’ambiente»

Caro direttore,

sono tre le cose su cui sto riflettendo oggi: 1) la giornalista di 29 anni assassinata in Irlanda del Nord 2) Jhon, che a 95 anni prende quattro autobus per partecipare al corteo contro il razzismo in Nuova Zelanda 3) Greta Thunberg, la ragazzina di 16 anni che con un cartello scritto a mano, seduta ogni venerdì, dopo i compiti, ai piedi del parlamento svedese, denunciando la distruzione degli equilibri climatici e ambientali necessari alla vita degli uomini, ha fatto scendere in piazza milioni di giovani in tutto il mondo. Giovani consapevoli di ciò che stavano strillando.

Muri, razzismo, energie fossili. Le tre grandezze su cui si sono basati i modelli di sviluppo culturale, economico e produttivo di Otto e Novecento. Modelli che non ci rappresentano più. Modelli che vanno cambiati. Modelli che concentrano capitali enormi in poche mani, che hanno desertificato vaste aree di continenti. Modelli che recentemente hanno formato concentrazioni urbane con decine di milioni di persone che vogliono fuggire senza sapere dove andare e per fare cosa. Ciò riguarda Esinio Lario, Vicenza, Milano, l’Italia e l’Europa. Oltre che l’intero pianeta.

Nel settembre del 2010 aprendo un workshop presso l’Università di Alfenas in Brasile conclusi affermando che  «la cosa peggiore che potremmo fare contro noi stessi è continuare a sperperare le risorse della natura. Quelle legate al nostro Habitat. Lo stiamo capendo, anche se molto lentamente. Conoscere è allargare il confine della nostra ignoranza senza pregiudizi. Un processo per approssimazione verso certezze che mutano. La Natura è sempre molto più avanti di noi, ma stiamo comprendendo qualcosa in più. Ecco perché è tramontata l’era del consumismo e dell’egoismo». I giovani stavano a sentire e passarono la notte a discuterne. Avevano i giacimenti più grossi di petrolio, volevano capire che fare.

Questi i temi di cui dovremmo discutere. Ma non lo facciamo. Per molti politici la questione ambientale si riduce a una scampagnata in una fresca mattina di primavera, o un argomento da mettere in coda a programmi sufficientemente generici per non rischiare di essere contraddetti in seguito. Richard Feyman, uno dei più grandi fisici del Novecento, affermò che «la scienza è anche le cose nuove che si possono fare usando la conoscenza acquisita, o il fare effettivamente queste cose. Quest’ultimo campo di solito si chiama tecnologia». E allora facciamolo questo net tra #Habitat-Tecnologia-Lavoro!! Affrontiamo la questione della confrontabilità tra consumi e energia come tema progettuale per gli edifici, per le città, per le campagne, per gli equilibri dell’ambiente capovolgendo la relazione fin qui usata funzioni-consumi-energia-fossile nella relazione Energia-rinnovabile-Consumi-Funzioni. I consumi vengono subordinati alle energie disponibili e non viceversa.

Le funzioni sono totalmente mutate, i consumi non possono avere grandezze infinite, il carbone e il petrolio non sono le uniche energie esistenti. La tecnologia ad uso dei tablet o per accendere a distanza le utenze di una casa è un uso banale, un sotto utilizzo della potenzialità tecnologica potentemente più complessa. In fondo spesso uno spreco. Non è tollerabile l’incendio di Notre Dame, l’incendio e la distruzione delle foreste, il piombo nelle acque, le logiche di progettazione e realizzazione delle infrastruttrure necessarie con culture che fanno a meno delle conoscenze che sono a disposizione oggi. Noi inquiniamo e distruggiamo perché non conosciamo, con un cinismo da retrobottega legato alla previsione del giorno dopo. Immaginate di andare a togliervi un’appendice e trovarvi davanti un chirurgo con martello e scalpello. Noi siamo il chirurgo e il paziente è l’ambiente in cui dobbiamo vivere.

Una ragazzina svedese di 16 anni, una giornalista di 29 anni uccisa in una Irlanda del Nord che avevamo dimenticato e un uomo di 95 anni in Nuova Zelanda ci hanno ricordato cosa deve essere l’Europa a cui apparteniamo, assai meno le persone che vorrebbero rappresentarci in quella sede.

Francesco Gostoli

(ph: Shutterstock)

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