“Nero su bianco” di Tanizaki, tutto fuorché un semplice noir

Il giapponese parte da una visione del mondo imparagonabile alla nostra. Un romanzo che ha più di novant’anni, ma é ancora attualissimo

Se c’è una cosa spiacevole nell’editoria attuale, è la costante tendenza a tirare fuori dal cilindro, su per giù ogni anno, un presunto nuovo testo di un autore oramai classico. Il caso di Bukowski, per esempio, ha già raggiunto una dimensione ridicola. Morto lo scrittore, da più di venticinque anni, si continuano comunque a dare alle stampe i suoi scritti ritrovati – i quali, come si potrà facilmente immaginare, sono i più infimi –, quando ciò che aveva pubblicato in vita era più che bastevole per sancire i termini di un’onorata carriera.

La situazione degli autori giapponesi, rispetto a quelli americani, è invece profondamente differente. Pur non essendo inferiori, il trattamento che è stato loro riservato lascia quantomeno a desiderare. Quasi mai sono stati riproposti integralmente – ciò che si trova in giro è, infatti, spesso una “selezione” delle opere – e sovente si è ricorsi alla pratica di non tradurli dalla lingua originale verso l’italiano, ma di ricorrere a precedenti trasposizioni in lingua inglese. Insomma, si è fatta una traduzione della traduzione – cosa che qualunque studente di Lingue, al primo anno di corso, sa essere un’imperdonabile eresia. E, tanto per concludere in tragedia, molti volumi sono comunque finiti fuori catalogo per lungo tempo, come quelli di Osamu Dazai. Per non parlare poi di Tokyo Decadence di Ryu Murakami – da non confondere con il più famoso Murakami da supermercato –, di cui i fan vanno alla ricerca sui siti di vendita online, arrivando a sborsare dai trenta ai cinquanta euro per un testo che ne costava otto e quaranta quando uscì nei primi anni duemila.

Non si può pertanto che lodare la pregevole iniziativa di Neri Pozza (una casa editrice che pubblica vera letteratura e lavora come si deve, non come molti suoi concorrenti) di aver tradotto – dall’originale giapponese – e dato alle stampe un testo di fine anni ’20 di Jun’ichiro Tanizaki, “Nero su bianco”. L’opera viene da tutti i recensori etichettata quale un noir. Il che è in parte vero. Non ci si faccia ingannare, però. Lo è, ma in un modo tutto suo. Non la solita robaccia di consumo, usa e getta. Non si tratta di intrattenimento, per intenderci. Questo è un noir, ma come lo scriverebbe Tanizaki, appunto. È un po’ come leggere una porcheria qualsiasi, o Jim Thompson: la differenza c’è e si sente. Come se Houellebecq domani si svegliasse e tentasse questa via: difficilmente sarebbe assimilabile a un romanzo preconfezionato del genere.

Nero su bianco è la storia di Mizuno, uno scrittore che vive vendendo racconti a varie riviste letterarie. Abita in una modesta stanzetta a pensione, dopo che la moglie l’ha abbandonato. Riverso su sé stesso, chiuso nella sua solitudine, e fattosi sempre più pigro, Mizuno sprofonda ogni giorno di più nella mania e nell’ossessione. Arriva addirittura a parlare a voce alta tra sé e sé. La critica lo definisce un autore del filone “diabolistico”, ovvero avvezzo a scrivere unicamente testi dal gusto truce, che spiccano per torture e omicidi atroci. Due sono gli elementi che vengono a scuotere questo suo isolamento. In prima istanza è un racconto da lui scritto, in cui, per il personaggio di una vittima di omicidio, si ispira a un conoscente che lavora nel mondo editoriale. Il protagonista, solo dopo aver consegnato con gran ritardo il suo scritto alla redazione, si rende conto che in effetti un paio di volte ha sbagliato e, invece di inserire un nome fittizio, ha lasciato quello della persona reale. A quel punto, preso dalla paranoia, immaginerà a quali pastoie potrebbe andare incontro se l’interessato dovesse effettivamente essere ucciso. In secondo luogo, Mizuno che, essendo un uomo isolato, è solito frequentare donne di malaffare, si imbatte durante una delle sue rare uscite in una prostituta e, dopo un rocambolesco inseguimento, riesce a convincerla a diventare la sua amante, dietro compenso. Costei, una donna che ha vissuto in Occidente ed è stata sposata con un tedesco, conosce profondamente l’arte del dare piacere e Mizuno diviene totalmente dipendente dai loro incontri.

La trama è troppo complicata per essere riassunta e il testo merita assolutamente di essere letto. La scrittura è fluida, semplice, ma l’indagine che sottende risulta essere profonda, sottilissima, oscura e proprio per ciò incredibilmente intrigante. Tanizaki conosce tutti gli angoli più remoti e contorti dell’animo umano e il suo testo, meglio ripeterlo, è tutto fuorché un semplice noir. È piuttosto un’indagine sul rapporto tra arte e vita, un riproporre attraverso la dimensione determinante dell’intreccio l’antico quesito di cosa influenzi cosa: l’arte la vita, o la vita l’arte? La sensazione è che il vecchio giapponese svisceri la materia in un modo completamente diverso da uno scrittore occidentale, partendo da una visione del mondo imparagonabile alla nostra. Sembra incredibile a pensarlo, ma questo romanzo ha più di novant’anni, eppure risulta attualissimo. Non resta che pregare affinché qualche anima pia dell’editoria voglia accogliere l’opera ancora sfortunatamente poco nota in Italia di questo genio intramontabile, che nulla ha da invidiare ai grandi maestri della tradizione europea. Anzi, leggerlo potrà solo giovare e migliorare la stessa produzione nostrana.

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