Baby gang a Padova: vita violenta per essere “fighi” sui social

Alla radice del problema non c’é l’origine etnica, ma la fusione tra azione e ripresa online. Un fenomeno che non si ferma con la sola repressione

Il fatto da cui trae origine questa riflessione è successo martedì 16 aprile, ma è l’ultimo di una lunga serie di eventi analoghi riportati dalle cronache padovane: un gruppo di minorenni, italiani di prima e seconda generazione, provenienti dalla prima cintura urbana di Padova (Arcella, Montà, Mortise) si radunano vicino alla celebre fontana di Prato della Valle per picchiare e derubare alcuni loro coetanei della Padova “bene”, riprendendo il gesto con i cellulari. Fin qui il nudo fatto, ma è interessante analizzare le modalità con cui vengono selezionate le vittime, compiuti i reati e soprattutto le motivazioni che spingono i giovani a compierle.

Partiamo dai moventi: sia le vittime che i carnefici condividono la stessa interpretazione, ossia che lo scontro fra le periferie urbane e il centro città sia dettato da motivi di tipo economico e di prestigio social, a cui le vittime aggiungono un dettaglio: le baby gang sono composte da italiani e italiani di seconda generazione (ragazzi di origine magrebina, nigeriana, moldava), mentre le vittime dei reati sono italiani “autoctoni”. Qui c’è il primo dato interessante: gli scontri non partono da, e non comprendono, insulti razzisti da nessuna delle due parti. L’origine etnica non crea problema. Secondo le vittime, i moventi degli aggressori sono solo in parte economici: se il furto di cellulari e vestiti di marca è riconducibile alla relativa povertà dei giovani delle periferie, gli scontri avvengono anche per motivi di prestigio social su Instagram, ossia per punire i ragazzi “bene” del loro primeggiare in followers e like mostrandosi con belle ragazze e vestiti costosi nelle foto e nelle stories del famoso social di proprietà di Mark Zuckerberg.

Il pestaggio quindi viene ripreso e postato su Instagram e Whatsapp, inviato alle vittime per umiliarle ulteriormente e come avvertimento ai futuri bersagli, per generare paura e marcare due concetti: Padova non è dei “centrini”, lo scontro per il dominio dei social lo vince chi ha il controllo del territorio. Sia le vittime che i carnefici ragionano in maniera circolare, ossia la vita reale è un mezzo per essere più cool sui social, ma se per le vittime questo è un cerchio felice poiché vincono in partenza la gara, i giovani delle baby gang, non potendo sfoggiare belle ragazze e vestiti costosi a causa del loro disagio economico, utilizzano la violenza per “truccare” la competizione e avere una possibilità di trionfare sugli odiati figli della Padova “bene”.

Gli scontri tuttavia non avvengono solo fra baby gang e “centrini”, ma anche fra membri diversi delle varie baby gang: in questo caso il motivo è il controllo del territorio, sia di Prato della Valle che della periferia. La modalità di aggressione è sempre la stessa: un individuo isolato, prima “minacciato” sui social, viene trovato a girare da solo o con qualche amico per Prato della Valle, viene avvicinato dalla gang (composta dai 10 ai 20 ragazzi), accerchiato, insultato e poi picchiato a pugni e calci, mentre uno della gang riprende il fatto, postandolo sui social.

La prassi di postare i reati sui social, durante o poco dopo averli compiuti, ormai la leggiamo continuamente nei resoconti di cronaca, tanto da sembrarci quasi un’ovvietà, ma è un atto irrazionale, se l’obbiettivo è quello di compiere il crimine rimanendo impuniti; questi ragazzi, invece, non si preoccupano assolutamente delle conseguenze delle loro azioni, né vogliono l’anonimato: vogliono essere conosciuti e riconosciuti, anche se questo implica l’identificazione e la punizione per i loro crimini. Persino chi gira il video passa da testimone senza volto del fatto a protagonista nel giro della stessa azione: in un video reso pubblico, un ragazzo della gang riprende i suoi compagni accerchiare e prendere a calci un giovane, per poi, dopo nemmeno un minuto, lasciare lo smartphone in mano ad un altro coetaneo e gettarsi nel pestaggio, rivelando così il suo volto. Il passaggio dal video alla realtà è quindi fluido e continuo, non c’è differenza fra la ripresa e l’azione, vittime e carnefici sono entrambi protagonisti di una stories Instagram senza fine, da cui nessuno riesce a pensarsi fuori.

Quest’ultimo punto è quel che ci rende pessimisti riguardo alla possibilità di fermare il fenomeno tramite la semplice repressione: nonostante i rei siano stati identificati e arrestati proprio grazie alle prove fornite dai loro stessi video, le azioni delle gang continuano, fra la preoccupazione delle forze dell’ordine e degli amici/parenti delle vittime e il disinteresse dei coetanei dei ragazzi, che ritengono questi episodi non delle aberrazioni, ma semplici eccessi di una logica in cui tutto loro sono immersi.

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