Verso la “calcistizzazione” dello sport italiano?

Dopo la riforma del governo gialloverde aspettiamoci federazioni modello FIGC, super Leghe tipo Serie A, atleti a caccia di professionismo: tutti a caccia di soldi

Diciassette miliardi e mezzo di euro. È il fatturato 2017 delle imprese italiane del settore sportivo. Che occupano 118 mila lavoratori. Sono queste le dimensioni economiche del comparto produttivo nazionale secondo il prestigiosissimo Comitato Leonardo (Confindustria, ICE, imprenditori e uomini di cultura). Al fatturato industriale va aggiunto quello generato dall’attività sportiva: 2.976.766.536 euro. Il solo calcio ha contribuito per l’80% assicurando ricavi per oltre 2,39 miliardi (fonte: SIAE).

Per capire cos’è lo sport moderno si deve cominciare a inquadrarlo sotto questo profilo: è prima di tutto un fenomeno economico. Certo è anche un fenomeno sociale, collegato da un lato alla pratica e quindi alla salute e al benessere, ma dall’altro anche ai consumi, alla cultura popolare per finire -e qui sta il profilo negativo- all’ordine pubblico e alla delinquenza.

La percezione più diffusa dello sport in Italia è però quella di uno spettacolo, prevalentemente mediatico e soprattutto televisivo, fornito da campioni, squadre, eventi. Si sta diffondendo anche la percezione conseguente alla pratica di base e amatoriale, ma i numeri sono ancora bassi rispetto a quello della popolazione. Una ricerca dell’ISTAT riporta che, nel 2015, oltre venti milioni di italiani praticavano uno sport o in modo continuativo (24,4%) o saltuariamente (9,8%). Il rapporto dei praticanti sulla popolazione risultava quindi pari al 34,3%. Un cittadino su tre insomma attivo nello sport. Gli altri? Lo guardano alla televisione e sul tablet o lo leggono sui quotidiani.

È verosimile che partendo da questi dati il governo Lega-M5S abbia varato all’interno della Legge di Bilancio 2018 la radicale riforma del settore che dovrebbe ribaltare entro il 2020 la storica strutturazione che riservava la parte più consistente dei fondi statali al sostegno delle attività olimpiche attraverso la devoluzione degli oltre 400 milioni di contributi pubblici al CONI e. tramite questo, alle Federazioni. Dopo la riforma, al Comitato Olimpico ne resteranno appena una quarantina, mentre il grosso sarà versato ad una società per azioni (Sport e Salute), che prenderà il posto di CONI Servizi, partecipata al 100% dal MEF e braccio operativo del Comitato Olimpico. Il management di Sport e Salute sarà ovviamente di nomina governativa.

Come lascia intuire il nome, la nuova società di gestione privilegerà con i suoi finanziamenti la attività sportiva non agonistica, quella che serve appunto alla salute dei cittadini. E le medaglie olimpiche? Sembra di capire che le Federazioni dovranno arrangiarsi o facendosi bastare i pochi soldi (rispetto al passato) che saranno loro devoluti dallo Stato o imprentidorializzando la loro attività. Con riorganizzazioni, con riduzione di personale e stipendi, con rimodulazione degli investimenti, con pianificazioni mirate e sostenibili. E con il reperimento di altre risorse.

Indubbiamente lodevole la svolta sociale del governo nei confronti dello sport, ammesso che dia i frutti sperati. Però… però potrebbe comportare la accentuazione verso il professionismo degli sport più popolari sulla falsariga del calcio, disciplina professionistica per eccellenza in Italia. Basti pensare, come riferisce ancora la SIAE, che, escluso il calcio, tutti gli altri sport di squadra generano ricavi per appena 296 milioni di euro. Ancor meno gli sport individuali (207 milioni) e gli ‘altri sport’ (75 milioni). Anni luce dai quasi due miliardi e mezzo del pallone.

E quindi aspettiamoci atleti a caccia del riconoscimento dello status di professionisti (riservato oggi solo a cinque discipline: calcio, ciclismo, boxe, moto e golf); federazioni in mano ad agenzie di sponsoring e a advisor nel tentativo di rinvigorire con nuove risorse la voce “entrate” dei loro bilanci a secco di soldi pubblici; società sportive strutturate in Leghe sempre più influenti per avere forza contrattuale nei confronti di network televisivi e organizzatori di eventi. Aspettiamoci insomma una calcistizzazione del resto dello sport italiano. La domanda da farsi è: ci sarà spazio sul mercato per le aspettative delle nuove Federazioni modello-FIGC e delle Super Leghe tipo Serie A?

(ph: Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport, da Facebook Giancarlo Giorgetti)