Verona, c’è grossa crisi. Idee per fermare il declino? Zero

La giunta Sboarina e soprattutto Fondazione Cariverona deludono nella gestione della ricchezza collettiva. Servirebbe uno shock

È un da po’ di tempo che andiamo dicendolo, che Verona è in crisi, che il declino economico, politico e culturale della città scaligera (una volta la prima in Veneto!) è maggiore di quello di altre città italiane e superiore alla media del Veneto, che pure ha risentito della crisi dal 2008 … Perché ben due banche se ne sono andate, con tutte le conseguenze relative. Perché la Fondazione Cariverona, che era il salvadanaio della città, ha dissipato quasi l’intero patrimonio con una gestione, tanto miope quanto condivisa dai «notabili» cittadini. Perché alcune tra le maggiori imprese del territorio sono da tempo in crisi e non se ne vedono molte (a parte Calzedonia) con il vento in poppa. Perché la politica (e i politici) veronesi sono diventati marginali in Veneto e in Italia; perché l’aeroporto è finito al servizio di Venezia e non cresce; perché le varie società autostradali (A4 e A22) fanno a meno dei veronesi quando si tratta di decidere.

Poi perché la Fondazione Arena, il maggiore teatro all’aperto del mondo, con i suoi 12 mila e passa spettatori a serata, è diventato l’ombra di quello che fu, gestito malissimo e quel che è peggio senza prospettive di ripresa, a causa dell’invadenza della politica. Perché, infine, questa è parimenti la storia triste di tutte le società in varia misura gestite dalla politica locale, siano essi soggetti a titolo pieno di proprietà del Comune (Agsm), che enti pubblici-privati, come VeronaFiere – impegnata in una strenua battaglia per la sopravvivenza e abbarbicata ancora al solo Vinitaly – tutti palesemente a rischio in un orizzonte senza prospettive e senza reali intenzioni di effettuare investimenti produttivi. In aggiunta, proprio in questi giorni, abbiamo appreso dalle creative dichiarazioni dell’ad Luis Arosema che anche l’ultimo pezzo produttivo della multinazionale Glaxo se ne andrà da Verona, abbandonando definitivamente un luogo dove peraltro l’azienda farmaceutica aveva una storia antica e importante. A conferma dell’incapacità della città di saper fare qualcosa per attrarre investimenti industriali ad alta tecnologia, senza uno straccio di sensibilità istituzionale alle necessità delle grandi imprese.

E così nemmeno ci sorprende che a chiudere il quadro siano arrivati proprio in questi giorni anche i dati sulle imprese venete per il primo trimestre 2019, dai quali ritroviamo Verona nuovamente fanalino di coda, afflitta da ben 2408 cessazioni di imprese (in solo 90 giorni) a fronte di 1960 nuovi iscritti, e un saldo negativo dello 0,5%. Davanti a questo sfascio, se qualcuno volesse sapere che cosa sta facendo la classe dirigente veronese (non solo politica) per raddrizzare la drammatica situazione, se per puro caso stia elaborando qualche proposta o, ancor meglio, qualche progetto, potrebbe restare deluso. Senza pretendere soluzioni di lungo periodo né grandi progetti, ma certamente qualcosa in più della «ticketizzazione» del balcone (falso) di Giulietta e Romeo. Infatti, scorrendo i giornali locali, solitamente generosi con ogni proposta in grado di mettere in buona luce il politico o il presidente di turno, purtroppo non affiora molto più dell’intenzione del sindaco Federico Sboarina e della sua giunta di raccogliere qualche spiccio attraverso la ripresa della cementificazione di aree vecchie e nuove, o dei progetti di Cariverona di mettere a reddito immobili di prestigio di proprietà dei veronesi.

Così se oggettivamente sull’amministrazione comunale c’è poco da aggiungere, dato il livello della politica non solo locale, al contrario possiamo dire che da Cariverona in realtà ci saremmo aspettati qualcosa di più e di meglio, in teoria essendo un soggetto che ha mezzi cospicui e che può gestirli in assoluta autonomia per il bene della collettività. Cariverona ha fatto in passato e potrebbe fare molto bene per la città, se utilizzasse virtuosamente le sue disponibilità, oggi ridotte, ma sempre ragguardevoli. E invece, anziché provvedere a rovesciare di 180 gradi la linea dei predecessori, e scegliere la strada della cultura e degli investimenti produttivi a vantaggio di tutta la collettività, ancora una volta ha optato per la rotta del piccolo cabotaggio e di zero idee.

In questi mesi, con la consulenza di un evidentemente illustre architetto ha varato un piano immobiliare, denominato dal nome del suo autore «piano Folin», che in sostanza prevede la conversione di molti palazzi del centro in attività commerciali, turistiche e alberghiere, dagli incerti esiti, ma dai sicuri danni sulla struttura urbana e sociale, come è stato messo in luce da molti, tra gli altri dall’architetto Giorgio Massignan, forse la persona concordemente più preparata in città su questi temi. In tal modo Cariverona, una tra le maggiori fondazioni bancarie italiane, il gioiello dei veronesi (e non solo) dopo aver confermato la cancellazione di ogni progetto culturale nell’area dei Magazzini Generali – in cambio di una mega-rivendita di prosciutti e formaggi affidata a Eataly per poco più di un piatto di lenticchie – ora pensa di risanare i propri bilanci trasformando vecchi palazzi cittadini, frutto di incauti acquisti recenti e in parte eredità dell’antico patrimonio della Cassa di Risparmio.

Alberghi di lusso, centri congressi, uffici di alta rappresentanza nel centro storico, che diverrebbe ancor meno popolato dai suoi abitanti e sempre più trasformato (con il consenso-assenso della giunta) in una specie di Downtown all’americana, deserta dopo le 4 del pomeriggio, priva di quella vitalità, di quella cultura, che la aveva resa bella e famosa, degna dei canti di Berto Barbarani e per questo cercata di turisti di tutto il mondo. In ogni caso non certo un progetto di lungo periodo, dagli esiti incerti nel breve, ma in grado di segnare pesantemente in senso commerciale il tessuto urbano. Molti ritengono che la presente, continua crisi abbia le sue radici nell’affermazione di una classe dirigente inadeguata, professionalmente e moralmente insufficiente alla gestione della cosa pubblica. E Verona potrebbe diventare al proposito un caso di studio molto interessante. Sembra impossibile, ma la città sta contemplando il suo declino in silenzio, come se non fosse urgente fermare questo processo di perdita progressiva della ricchezza collettiva, che in realtà non è così ineluttabile. Qualche cosa qua e là si muove. Ma non basta. Che Verona (come l’Italia probabilmente) abbia forse bisogno di uno shock?

(ph: BsWei – Shutterstock)