La Cgil di Di Vittorio, quando i sovranisti erano di sinistra

Le «menzogne convenzionali» denunciate 67 anni fa dal sindacalista sono diventate oggi la realte dell’Unione Europea

Nell’attuale tempo distopico un percorso di civilizzazione può essere la riscoperta di un sovranista comunista come Giuseppe Di Vittorio, il mitico segretario della Cgil del dopoguerra (in foto con Palmiro Togliatti). Per comprendere il suo sovranismo di sinistra di è necessario partire dal suo dissenso con Togliatti per i fatti d’Ungheria del 1956. Nel comunicato del 27 ottobre 1956, la Cgil condannava chiaramente i fatti d’Ungheria, suscitando l’apprezzamento di intellettuali come Italo Calvino che telegrafava a Di Vittorio: «commosso condivido tua posizione indispensabile per salvare nostro partito et causa socialismo». Inoltre Di Vittorio si oppose alla richiesta di Togliatti di sconfessare il comunicato: per lui l’intervento in Ungheria violava il principio di autonomia degli stati socialisti, una rivendicazione sovranista “comunista” ante litteram.

Il comunicato dopo aver chiarito che «Il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e con la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale», ribadiva che «la Cgil, fedele al principio del non intervento di uno Stato negli affari interni di un altro Stato, deplora che sia stato chiesto e si sia verificato in Ungheria l’intervento di truppe straniere». Per il sindacalista l’indipendenza nazionale era un requisito per il progresso sociale e la costruzione di una società libera e democratica.

Ma Di Vittorio non era nuovo a posizioni che oggi diremmo sovraniste: quattro anni prima, il 16 giugno 1952, era stato definito “sovranista” da Guglielmo Giannini, leader europeista partito dell’Uomo Qualunque. Nel corso del dibattito per la ratifica del Trattato di Parigi del 1951 istitutivo della CECA, Di Vittorio affermava: «Unità europea e pace sarebbero due nobilissimi ideali; ma, allo stato attuale, si tratta di due menzogne convenzionali addotte a giustificazione di un piano che, invece, persegue fini diametralmente opposti. Credo che qui si stia ripetendo, a proposito della federazione europea, almeno per quanto concerne la terminologia, la truffa colossale che il fascismo, tra il 1921 e il 1926, consumò ai danni della buona fede del pubblico italiano quando, per giustificare se stesso, utilizzò la terminologia socialista. (…) Il piano Schuman sottopone l’Italia, in materia di politica economica, alla dominazione straniera; […] È vero, vi è un articolo del trattato che stabilisce che l’Italia, nel pool del carbone e dell’acciaio, nella cosiddetta comunità europea, è a parità di condizioni con altri Stati; ma questa eguaglianza è puramente fittizia.[…] Questa fittizia uguaglianza giuridica, dunque, si può benissimo paragonare a quella uguaglianza giuridica che una compagnia di lupi offrisse a degli agnelli».

Non contento, udite, udite Di Vittorio parla di sovranità: «E qui troviamo il fatto più assurdo e, se permettete, più immorale di questo piano. (…) qui non si tratta di una lega di nazioni che assuma la tutela o la difesa di interessi pubblici di carattere collettivo di queste nazioni. No: l’assurdo è l’immoralità di questo trattato sta nel fatto che si realizza una coalizione di Stati, di Governi, per garantire, per cristallizzare, per proteggere interessi privati». Nel proseguo del discorso emerge come Di Vittorio aveva compreso chiaramente il processo di privatizzazione delle funzioni statali insito nel trattato, ma aveva il torto di essere comunista.

Per apprezzare meglio il suo intervento e per comprendere le schizofrenie attuali sono utili le parole di scherno di Guglielmo Giannini: «Il piano Schuman non può che essere approvato perché non è possibile che non sia approvato. Che abbia dei difetti ne sono convintissimo. Perché non ne dovrebbe avere? Se perfino la natura ha dei difetti, perché un piano non ne dovrebbe avere?». Un chiaro precursore del “There is not alternative” (TINA), altro che Margaret Thatcher e Mario Draghi. Ancora Giannini: «ho udito dichiarazioni di carattere nazionalista dall’estrema sinistra che mi hanno veramente impressionato. […] Il nazionalismo, la sovranità nazionale. Ma se non ci abituiamo all’idea di rinunziare a parte di questa sovranità nazionale come vogliamo fare gli Stati Uniti di Europa, poi quelli del mondo e magari quelli dell’universo? Vogliamo aspettare che tutti gli altri vi rinuncino prima di noi? Ma, onorevole Di Vittorio, questa è la tesi dei fascisti». Le parole di Giannini sono quasi identiche a quelle di certi progressisti di oggi che pretendono di essere gli eredi della sinistra di quel tempo.

Lapidaria, precisa, inequivocabile la risposta di Di Vittorio: «noi siamo internazionalisti, ma siamo per l’uguaglianza delle nazioni». In questa risposta si possono trovare le tracce della decadenza intellettuale della così detta sinistra italiana ed europea, che confonde l’ideale dell’internazionalismo della sinistra liberale con il globalismo neoliberale, che ha smarrito completamente il significato della solidarietà internazionale sostituendola con il libero mercato, una specie di parco giochi mondiale di diritti civili senza diritti sociali, niente tasse e libera circolazione di capitali e lavoratori. Un globalismo ipocrita per la pace e l’amicizia internazionale che obbliga i lavoratori di un paese a competere con lavoratori di paesi dove gli stipendi sono più bassi e hanno meno tutele, i futuri nuovi servi della gleba composti da dipendenti, piccoli imprenditori e piccoli professionisti, consumatori e non cittadini nella nuova era digitale.

Di Vittorio non avrebbe mai confuso il nazionalismo con “l’uguaglianza delle nazioni”, ovvero con la sovranità democratica, non avrebbe mai lasciato la difesa dei diritti sociali e dei più deboli alla destra. In quel periodo il segretario della Cgil scontava l’appartenenza politica comunista, ma non vi è dubbio che «le menzogne convenzionali» denunciate 67 anni fa da Di Vittorio sono diventate realtà europea. In attesa di un partito sovranista di sinistra che raccolga l’eredità di Giuseppe Di Vittorio, rileggersi il suo intervento integrale del 16 giugno 1952 è una boccata d’aria pura e una battaglia culturale.