Sei di Creazzo? Allora ti puoi definire un broccolo De.Co.

Frotte di Asparagi, Olive e Ciliegie sono state avvistate alle porte delle sedi comunali di Bassano, Pove e Marostica, ma sono state respinte per mancanza di carta d’identità De.Co. Stessa musica per i piselli a Lumignano, el pan de Bari ad Arcugnano e le Cornette a Montecchio Maggiore

“Riprendiamo a vivere, senza violenza alcuna, con la sola accettazione di concetti elementari e proprio per ciò indiscutibili. L’uomo ha solo dalla terra ciascuna delle reali possibilità. Averne rispetto, chiederle di darci l’acqua e il pane, l’olio d’oliva e il vino, quant’altro è necessario per una vita serena, è l’unica via”: ecco cosa sono le De.Co. per Luigi Veronelli. Le De.Co. non sono marchi di qualità, ma delle attestazioni che legano in maniera anagrafica la derivazione di un prodotto al luogo storico d’origine. Sono dei certificati notarili contrassegnati dal sindaco a seguito di una delibera comunale, quindi dei censimenti di produzioni che hanno un valore identitario per una comunità. Sono dunque strumenti flessibili per valorizzare le risorse della propria terra, nel tentativo di garantire la biodiversità, traendone vantaggi anche sul piano turistico ed economico. Rappresentano, insomma, il vero, autentico passaggio dal generico prodotto tipico al prodotto del territorio.

La De.Co. è un orientamento consapevole che molti Comuni hanno concepito come strumento di salvaguardia delle proprie produzioni e di sviluppo endogeno del proprio territorio. Sono uno strumento semplice in grado di costituire una vera rivoluzione culturale nell’ambito della salvaguardia delle identità territoriali legate alla tradizione agroalimentare, enogastronomica e artigianale di un luogo. Cerchiamo, sempre di più, prodotti affidabili, del territorio; desideriamo avere sulle nostre tavole il meglio di una produzione, quella delle nostre terre, che è la più vicina ai nostri gusti e alle nostre tradizioni, lontana dalla globalizzazione.

Il grande intuito di Luigi Veronelli fece nascere, alla fine degli anni Novanta, un sistema per proteggere e salvaguardare i prodotti locali. Aveva visto, questo grande gastronomo ed enologo, come si dovesse combattere il “global” con un’operazione di marketing territoriale che censisse e facesse conoscere a tutti quei beni della produzione agricola che ogni territorio porta con sè. Da qui l’idea base della De.Co., Denominazione Comunale. Si tratta di una specie di “carta d’identità” dei prodotti agroalimentari di un territorio, per cui, un bene così identificato è un bene di un limitato territorio, che nessuno potrà imitare; frutto della terra, frutto della tradizione, anche di abilità manuale: è un bene definito anche con dei confini.

Ciò che è dentro ai confini “è”, ciò che è fuori “non è”. È il riconoscimento della tipicità di quei tanti prodotti agroalimentari che non rientrano, per motivi diversi, in altre forme di tutela. Una maniera per legare un prodotto alla sua terra, al suo Comune, al luogo dove esso si produce da sempre. La De.Co. non è un marchio di qualità che si aggiunge ai marchi di origine europea: qui il sindaco certifica solo che il prodotto è del suo territorio. È, insomma, una dichiarazione di provenienza del prodotto, che si identifica, nella quasi totalità dei casi, con un marchio di qualità. Grandi problemi si frappongono a questo progetto, d’ordine burocratico, in primis, anche per un’opposizione della Comunità Europea, perfino con minacce ai sindaci, e per la difficoltà di far capire quanto interesse vi sia nella tutela di questi beni identitari.

Nel 1999 uscì in Italia una ricerca, fatta sulla metà dei Comuni italiani (4.000), sulla base di studi di Veronelli, che aveva come obiettivo il censimento dei prodotti gastronomici all’interno di ogni Comune. Indicando solo 3⁄4 dei prodotti per Comune, si arrivò a quasi 15.000 prodotti per mezza Italia! Da questa rilevazione è nata l’idea di Veronelli di far conoscere quello che inizialmente chiamava “giacimento gastronomico”, qualcosa di prezioso da salvaguardare, introducendo concetti “puri”, legati alla semplicità delle produzioni della “Madre Terra”, come le Denominazioni Comunali. Ci si rese subito conto che le reperibilità e le riconoscibilità erano difficili, per un patrimonio immenso, da preservare e garantire. Fu durante il Vinitaly del 1999 che fu scelto il nome De.Co. Allo stato attuale abbiamo alcune regioni fortemente interessate a questo progetto che il Presidente della Regione Veneto, fra le prime in Italia, dichiara essere «di cultura e di colture» e si sta studiando la possibilità di chiamare De.Co. anche prodotti non gastronomici.

Prendiamo i prodotti De.Co dei Comuni De.Co. vicentini; in un mondo globalizzato si devono valorizzare le specificità. In effetti (è chiamata, questa, la teoria dei cru), la posizione di terra migliore, all’interno di un terreno vocato, dona un cru e ogni posizione di terra è diversa da quella che le sta accanto. Accettato questo principio lo è anche, per logica, quello delle De.Co. Il tutto per far riconoscere la validità dei nostri prodotti, la radice delle buone cose delle nostre tavole, in quest’Italia che ha nelle differenze il valore principale!

Mi si dovrebbe però spiegare quale tradizione e quale senso abbia una De.co del tortello alla zucca di Montegaldella quando il tortello non è per nulla nella tradizione Veneta mentre abbiamo giustamente la De.co del “sucòlo baruchelo” a San Gottardo e a Zovencedo dove certamente sapranno fare da tempo immemore un tortellino – non un tortello – o un bigolo o un risotto con la dolce e gustosa “suca baruca”. Non credo che il grande Veronelli avrebbe approvato simili strappi. Mi chiedo infine se non sia questa classificazione comunale fonte di ulteriore confusione fra i consumatori che già si devono destreggiare tra Dop, Docg, Igt, Bio, Doc ed ora anche De.Co. E’ mio convincimento che debbano essere i rigorosi disciplinari di produzione il criterio guida per la tutela della qualità nella biodiversità; non basta quindi l’origine senza un “saper fare, saper trasformare” frutto di una esperienza di generazioni… ed una guida sapiente come era quella di Luigi Veronelli.