ll ciclismo veneto non produce più campioni. E nemmeno grandi corse

Eppure il settore è florido: ci sono appassionati, praticanti, società e industrie. La svolta poteva arrivare con i Mondiali 2020. Malamente persi

C’era una volta il Veneto, patria del ciclismo. Che rivaleggiava con Lombardia e Toscana per essere la regione n. 1 delle due ruote. Il Veneto fucina di Campioni del Mondo su strada, come il vicentino Marino Basso, sprinter di Caldogno, campione nel 1972 a Gap, come Moreno Argentin di San Donà di Piave, iridato nel 1986, come Alessandro Ballan, trevigiano di Castelfranco Veneto, vittorioso nel 2008.

Il Veneto che ha vinto il Giro d’Italia. Con Giovanni Battaglin, altro vicentino ma di Marostica, che nel 1981 ha vinto anche la Vuelta, e con il veronese Damiano Cunego maglia rosa della edizione 2004. Il Veneto che ha vinto il Tour de France: Ottavio Bottecchia, il primo ciclista italiano a vincere la Grande Boucle, nel 1924, portando la Maglia Gialla ininterrottamente dalla prima all’ultima tappa.

C’è stato anche un corridore veneto che ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi: Mario Zanin di Santa Lucia di Piave, provincia di Treviso, ai Giochi di Tokyo nel 1964. E due corridori veneti hanno vinto la Milano-Sanremo: il trevigiano Giorgio Furlan nel 1994 e il vicentino di Sandrigo Filippo Pozzato nel 2006. Come non ricordare i protagonisti di grandi imprese, come Imerio Massignan, scalatore di Valmarana di Altavilla Vicentina, nel palmarès due vittorie consecutive della classifica scalatori al Tour ed un secondo posto al Giro. Leggendaria, nel 1960, la sua scalata del Gavia, in cui passò per primo al GPM ma perse la tappa per tre forature in discesa.

Grandi nomi, tanto per limitarsi alla specialità più popolare, il ciclismo su strada. Ma non si possono trascurare i pistard, Beghetto-Bianchetto ad esempio, oro ai Giochi di Roma del 1960 nel tandem o il veronese Elia Viviani iridato nell’omnium a Rio 2016. E le donne? Alessandra Cappellotto, di Sarcedo, ha vinto il titolo iridato su strada nel 1997 a San Sebastian, la sorella Valeria, è stata campionessa d’Italia nel 1999 e l’altra vicentina Greta Zocca nel 2001. Due titoli olimpici consecutivi (Atlanta 1996 e Sydney 2000) nella MTB per la veronese Paola Pezzo.

Da troppi anni il Veneto non produce più campioni. Perché? Mancano le società? Ma il Veneto è terra di gloriose e storiche società, come la Trevigiani, la Ciclisti Padovani, da sempre organizzatrice del Giro del Veneto, la vicentina Wilier Triestina o, nei Dilettanti la Zalf Fior di Castelfranco Veneto da anni leader a livelli nazionali ed internazionali. La Wilier è stato fino all’anno scorso l’unico team veneto professionistico (licenza Professional, la seconda serie pro). Nel 2019 la storica azienda di Rossano Veneto si è ritirata e, per trovare qualcosa di Veneto, bisogna guardare bene nell’elenco dei team per trovare l’azienda vicentina Faizanè, che figura come terzo sponsor della italo-giapponese Nippo Vini Fantini, pure con licenza Professional Continental. Pochino, si direbbe, per una regione con queste tradizioni e questa storia. E va anche peggio se si guarda alle corse.

È scomparso da anni il Giro del Veneto, unica corsa regionale per i prof. Il Giro versione Dilettanti non è più da un pezzo nel calendario agonistico e fanno fatica a sopravvivere anche le storiche corse in linea della categoria. Tiene botta la Piccola Sanremo, prova di apertura stagionale organizzata dalla vicentina U.C. Sovizzo. Anche il Giro, che da sempre vive le tappe decisive sulle montagne venete, quest’anno non fa molti chilometri sulle strade della regione. Vero che l’ultima tappa, la Verona-Verona a cronometro, potrebbe dare una svolta finale a sorpresa nella lotta per la Maglia Rosa, ma prima c’è solo una tappa di avvicinamento (Valdaora-Santa Maria di Sala) e, a seguire, la Treviso-San Martino di Castrozza, in cui le salite che contano però sono in Trentino.

Davvero incomprensibile questa decadenza del ciclismo regionale. Da una parte infatti è lo sport più popolare, gli appassionati sono più numerosi di quelli del calcio. Ci sono praticanti in ogni livello agonistico ed in ogni specialità. Ed in ogni fascia d’età, senza distinzione fra uomini e donne. Senza contare i cicloamatori, che occupano nei fine settimana le strade della regione. A monte di questo movimento c’è una rete capillare di società ed una industria che produce biciclette, componenti e accessori di eccellenza globale. Ci sono anche due fiere specializzate, una rete commerciale articolata, piste ciclabili sempre più diffuse e connesse con network internazionali. Un settore fiorente insomma, ma che non riesce a produrre campioni, squadre professionistiche, gare di rilievo almeno nazionale. La svolta potevano darla i Campionati del Mondo 2020, ma abbiamo visto in che modo indecoroso è stata gestita la candidatura non tanto dal Comitato Promotore quanto piuttosto dalla Federazione e dallo Stato. Una occasione buttata via.

(ph: uci.org)