«Autonomia? In Veneto l’emergenza é chi lavora a 800 euro al mese»

La consigliere regionale Bartelle (Italia in Comune): «M5S su ambiente, legalità e Tav ha tradito. Reddito cittadinanza? Ci voleva, ma non fatto così»

Dal novembre scorso non è più nel Movimento 5 Stelle: «traditi i valori originari», fu la motivazione. Patrizia Bartelle, consigliere regionale in Veneto, oggi fa parte di Italia in Comune, il «partito» (come tiene a precisare) fondato da un altro fuoriuscito storico, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti: «se non si hanno regola interne chiare, possono cambiartele sotto il naso, un partito dà maggiori garanzie di democraticità» – e ogni riferimento é puramente voluto.

Una forza, quella in cui milita, dichiaratamente e sfegatatamente europeista. A una settimana dalle elezioni per Strasburgo, lei sull’Unione Europea la pensa così: «se da un lato l’Europa storicamente nasce per favorire i commerci, dall’altra è stata un salto di libertà per i popoli europei. Adesso ci sono i sovranismi, che in realtà in passato avremmo chiamato nazionalismi, cioé egoismi. Contro cui una pseudo-sinistra a parole dice di combattere aiutando chi sta indietro». Ma cosa c’è di sbagliato in questa Europa, vista questa disaffezione di massa? «Il valore unico non può essere il mercato. Per capirci bene: non può accadere un’altra Grecia». Magari non proprio un’altra Grecia, ma se il vizio d’origine è una costruzione basata sull’economia e la finanza e non sulla politica, chiaro che poi si fa strada l’idea di riprendersi la sovranità. «Certo, non ci si può stupire. Però per sessattant’anni non abbiamo visto guerre, se non quelle che non fanno notizia: quelle ai poveri». Appunto. Soluzioni? «Rimettere in discussione le fondamenta dell’Unione, a partire dal principio di solidarietà».

Ma passiamo al Veneto. A domanda su quale sia oggi la priorità nella regione governata dal leghista Zaia, la Bartelle risponde sicura: «la dignità dello stipendio». Nella sua attività in consiglio regionale lei si occupa principalmente di sanità e di sociale, ed è da qui che trae un esempio paradigmatico: «nelle case di riposo ci sono tutta una serie di interessi di sottobosco che portano a ridurre gli stipendi agli operatori, che svolgono un lavoro delicatissimo, come si sa. Insomma, i lavoratori hanno paura di alzare la testa perchè corrono il rischio di essere licenziati, con le offerte al ribasso che ci sono». Sensibilità di sinistra, la sua. «Mi dicono che sono di estrema sinistra, ma io difendo solo i diritti delle persone! Dei lavoratori che fanno i turni di notte a 800 euro al mese!».

Il Veneto profondo, però è fatto anche di professionisti e piccoli imprenditori. Prendiamo un artigiano subissato di burocrazia e tartassato dal fisco, alle prese coi pagamenti che non arrivano (spesso dalle pubbliche amministrazioni) e con la crisi. La sinistra, che bene o male è l’area in cui ora si colloca Bartelle, in Veneto non riesce a parlare con soggetti così. La Lega sì. «Ma cosa sta facendo in concreto, la Lega?», ribatte lei. «La sburocratizzazione parte da Roma: dov’è andata a finire? Per carità, neanche il centrosinistra quand’era al governo ha fatto nulla. La priorità invece sembra essere la flat tax». Di cui è stato dato solo un magro antipastino. Ma il punto è culturale: la Lega veneta, e in particolare Zaia, riescono a intercettare sentimenti radicati. Come il bisogno di autonomia. Vedasi il trionfale plebiscito al referendum dell’ottobre 2017. «Grazie tante, il quesito era posto in modo tale che era impossibile dire di no. Io non sono contraria all’autonomia in sé, ma a un’autonomia che si traduce nel sostituire al centralismo romano un centralismo regionale. Come sulle schede ospedaliere e sull’Azienda Zero sanitaria: si dettano le linee dall’alto senza ascoltare i territori. Prima almeno c’erano le conferenze dei sindaci».

Sulla sanità è fresco di ieri un dossier rilanciato dalla Bartelle assieme ai consiglieri di minoranza con cui collabora di più, Piero Ruzzante (Liberi e Uguali) e Cristina Guarda (Lista AMP), in cui si denuncia un’allarmante mortalità per infezioni negli ospedali. Così come ancora calda é la richiesta di una commissione d’inchiesta regionale sulle responsabilità politiche riguardo il caso Pfas. Il suo ex movimento, invece, pare un po’ abbacchiato: evidentemente, al di là delle dichiarazioni forti alla stampa, sconta il fatto di essere al governo a Roma e qui all’opposizione di una Lega a sua volta in difficoltà per non riuscire a mandare in porto l’agognata autonomia e opere-simbolo come il Tav. Commenta la Bartelle: «la sottoscritta era l’unica nel Movimento a contrastare la deriva che poi è avvenuta sull’autonomia. Per essere chiari: è sacrosanto difendere il principio della Costituzione per cui “chi più può, più dà”. Quanto all’alta velocità, ho visto che per la Brescia-Padova consiglieri regionali e comunali dei 5 Stelle hanno firmato un appello a Di Maio dopo che quest’ultimo ha dichiarato che la tratta si farà (e oggi anche il ministro grillino Toninelli ha confermato il sì per l’intera linea fino a Padova, ndr). Vuol dire che sono in grossa difficoltà sul territorio. Di Maio dovrebbe parlare coi suoi referenti locali, prima di esternare». In generale, sottolinea, «stiamo subendo la rivalità fra i capi delle due forze di governo: è triste, ma tutto si riduce a questione elettorale».

Il Movimento 5 Stelle però ha incassato il reddito di cittadinanza. Non poco. «E’ qualcosa di civile che ci voleva, ma mi lascia molto perplessa il modo in cui è stato introdotto: per la troppa fretta di arrivare in tempo per le elezioni europee, sono stati messi paletti assurdi come quello dei 100 km: se prendiamo la mia provincia, Rovigo, per andare da un capo all’altro sono 70 km e al mattino presto mezzi pubblici non ce ne sono». Su temi iniziali della creatura di Grillo e Casaleggio, in questa fase Di Maio & C hanno ricominciato a battere. «Io me ne sono andata quando nel decreto Genova hanno infilato la sanatoria su Ischia: legalità e ambiente erano punti identitari. Lì hanno proprio sbroccato». Ed è sull’ambiente, preannuncia la Bartelle, che nella sinistra veneta si sta preparando una “cosa” (leggi: una lista) per le elezioni regionali del 2020: «proprio lo scandalo Pfas ha dimostrato che il Veneto non è diverso dal resto d’Italia. Ieri il commissario Arpav, Guolo, é venuto a dirci che con un’inchiesta della Regione sui responsabili istituzionali si allontanerebbe ancora di più l’Arpav dai cittadini: non sono d’accordo, non vogliamo criticare i dipendenti, ma coloro che avevano la responsabilità e sono stati nominati dalla politica. La trasparenza é un dovere».