Super Champions, nel 2024 l’apocalisse del calcio europeo

Nel progetto UEFA-ECA le Coppe Europee si giocano nel weekend e i campionati infra settimana. I beneficiari sono 96 top club che si dividerebbero 10 miliardi

Mercoledì 4 dicembre 2024, ore 12,30. Per la 9a giornata del campionato di Serie A, allo Stadio Artemio Franchi di Firenze si gioca Fiorentina-Lazio. Serie A al mercoledì? A mezzogiorno e mezzo? No, non è fantacalcio purtroppo. È una concreta profezia di quello che potrebbero essere fra cinque anni i campionati nazionali. Devastati, marginalizzati, svuotati di valori tecnici ed economici, sfrattati a metà settimana da quel mostro sportivo chiamato Super Champions, che la santa (e perversa) alleanza UEFA-European Club Association, altrimenti nota come ECA, sta portando a realizzazione senza guardare in faccia nessuno.

La portata di questa riforma del calcio continentale è enorme. Sbagliato sarebbe inquadrarla solo sotto il profilo sportivo, che comunque conta eccome. Le ricadute dell’avvento della Super Champion investirebbero a monte economia e finanza, inciderebbero sulle abitudini di vita di milioni di europei, cambierebbero definitivamente un secolo e mezzo di cultura popolare.

Cos’è questa apocalisse che si prospetta nel calcio europeo? È niente meno che la elefantiasi delle Coppe europee, perchè alle attuali due (Champions ed Europa League) se ne aggiungerebbe una terza, con l’obbiettivo di allargare la platea dei club ammessi ai tornei europei da 80 a 96, articolati in tre veri e propri campionati sovranazionali in ordine gerarchico. Per rifarci allo schema italiano, ci sarebbero insomma una Serie A, una B e una C ma su scala continentale.

Sradicando un principio fondamentale dello sport agonistico in generale, mai derogato nemmeno nel calcio, e cioè il merito sportivo, l’accesso a questi tornei non sarebbe deciso dai piazzamenti nei rispettivi campionati nazionali di prima categoria (Serie A, Premier League, Bundesliga, ecc.) ma determinato in massima parte su invito della UEFA che concederebbe ai club una licenza pluriennale di partecipazione ai tre livelli della piramide. Solo marginalmente sarebbero previste promozioni e retrocessioni fra i tre tornei. Basta questo per capire quale sia il cui prodest della Super Champions: i grandi club europei, che, non a caso, ne sono anche i promotori tramite la loro associazione di categoria.

Per capire fino in fondo la rivoluzione che provocherebbe la riforma bisogna conoscere un altro dettaglio. Secondo gli ideatori la Super Champions si giocherebbe nei fine settimana, scalzando così dalla loro collocazione storica in calendario i campionati, che diventerebbero infrasettimanali. Un’idea semplicissima, lo scambio tornei europei-campionati nazionali, ma devastante per l’appeal di questi ultimi sul pubblico e quindi sulle televisioni che ne sono la principale risorsa economica.

Solo i puri di spirito possono pensare che il progettino UEFA-ECA sia fatto per ideali sportivi, per rendere più affascinante e partecipato il calcio. La realtà ha radici molto più lontane ed eterogenee rispetto allo sport. Che vanno cercate nello sviluppo nel prossimo decennio di quel settore economico che si chiama entertainment. Un settore in cui operano (non solo nello sport) multinazionali in competizione per conquistare il tempo libero dei consumatori in tutto il mondo: dalla NBA alla NFL, da Netflix a Disney, alla Champions. Servono format di spettacolo sempre più competitivi e globali, prodotti in grado di catturare spettatori e mercati. La Champions è indietro rispetto alla concorrenza, fattura 3,2 miliardi a stagione, circa 2 dei quali finiscono ai club che partecipano al torneo, e 120 milioni alle Leghe che li ripartiscono alle loro società.

La stima è che la Super Champions potrebbe portare il fatturato a 10 miliardi, tre volte l’attuale conquistando i mercati asiatici ed africani non solo con lo spettacolo calcistico ma anche con il merchandising. E il valore delle sponsorizzazioni crescerebbe in proporzione. I vantaggi non andrebbero solo ai club ma anche alla ineffabile UEFA, che, davanti alla prospettiva di questa montagna di soldi, non ha quindi alcuna remora a venir meno allo scopo statutario di Unione delle Federazioni Europee del Calcio per fare causa comune con quella parte, per carità importante ma che comunque resta sempre una parte del movimento: i club, anzi i top club.

Ma la Super Champions, appena alle battute iniziali del progetto, ha ricevuto un fortissimo stop in tutta Europa. Le Federazioni nazionali, le Leghe, pressochè tutti i club non di primissima fascia stanno organizzando quella che Urbano Cairo, presidente del Torino ed editore della Gazzetta dello Sport, ha definito una «guerra civile».

La principale obiezione degli oppositori è che il nuovo format sbilancerebbe ancor di più la competitività interna fra i club, favorendone non più di tre o quattro per nazione. Una deriva già iniziata da anni. Negli ultimi 15 campionati in Spagna il titolo lo hanno vinto solo 3 squadre, in Germania 4, in Premier 3 (con la sola eccezione del Leicester) come in Serie A. Ci sono casi abnormi di club che, nello stesso periodo, hanno vinto un numero spropositato di scudetti, come il Bayern (11) o la Juventus (8).

E poi, sostengono quelli del no, che fine farebbero i campionati nazionali, ridotti a scialbe appendici dei tornei europei con società pressochè senza speranza di accedere al bengodi di una Super Champions riservata a una inossidabile maggioranza di top club. Senza contare all’ulteriore declassamento ed impoverimento della Serie B e non parliamo della C, già al collasso oggi, campionati che, pur riappropriandosi della calendarizzazione domenicale, certo non reggerebbero il confronto con una Super Champions spalmata su tutte le fasce orarie del fine settimana.

(ph. Shutterstock – Oleh Dubyna)