Riformacce dimenticate: le Province spolpate da Delrio, il Ministro dei Disastri

La riforma è stata bocciata dalla Corte dei Conti. Il governo gialloverde volti pagina

Ci sono due disastrose riforme i cui effetti si riverberano oggi facendo danni a destra e a manca. Portano un’ unica firma, quella dell’ex ministro delle infrastrutture Graziano Delrio (Pd). Una é il Codice Appalti, di cui abbiamo parlato più volte su questo giornale online, e che é sotto procedura di infrazione da parte della Commissione Ue. Oggi é al terzo decreto correttivo (lo “Sblocca cantieri”). L’altra é la riforma delle Province, oggetto di totale bocciatura da parte della Corte dei Conti.

E’ su quest’ultima che ci concentriamo oggi. La Corte, nella delireazione 4/2018, è tranchant: «la sostanziale indisponibilità delle entrate proprie assorbite dagli obblighi di concorso alla finanza pubblica attraverso le manovre fiscali ha reso le Province e le Città metropolitane sempre più dipendenti dai trasferimenti statali e il mancato completamento della riforma costituzionale ha generato un’asimmetria tra compiti affidati e risorse assegnate che ha condotto ad un deterioramento delle condizioni di equilibrio strutturale dei relativi bilanci. Proprio la mancanza di un adeguato finanziamento di tipo strutturale alle funzioni fondamentali ha penalizzato la possibilità di una corretta visione pluriennale e, di conseguenza, la capacità di programmare rendendo inconsistente la spesa per investimento degli Enti». In sostanza, le Province sono state svuotate formalmente ma lasciate con compiti su cui poi non ha mezzi per poter garantirli.

Anche il Senato attraverso l’Ufficio valutazioni ha espresso un giudizio negativo, specie sul trasferimento di funzioni non fondamentali ai Comuni, mai avvenuto. Quale risparmio e quale riduzione di tasse? Quali 1000 asili nido annunciati da Delrio grazie alla riforma? Basta leggere la finanziaria del 2015 (legge 190/2014) e si verifica che ci sono stati solo dei tagli al bilancio delle Province, che continuano sì a incassare tasse provinciali, ma non per svolgere le proprie funzioni come la manutenzione delle strade, delle scuole secondarie di secondo grado e la riduzione degli interventi per studenti disabili: per girarle allo Stato.

Le funzioni tolte alle Province sono state attribuite a Città Metropolitane e Regioni, ma non accompagnate dai soldi necessari per gestirle. Diciahrò il presidente dell’Unione Province Italiane, Achille Variati (Pd): «una situazione di straordinarietà al limite della costituzionalità. La priorità per le Province resta ancora l’emergenza finanziaria, non solo per assicurare la manutenzione ordinaria di strade provinciali e scuole superiori, ma perché servono investimenti strutturali su un patrimonio che deve essere modernizzato e reso più efficiente». Non è finita. Anche la Corte Costituzionale con la sentenza 137/2018 rileva un fatto gravissimo, ovvero uno Stato che si appropria illegittimamente di risorse non sue creando ammanchi di bilancio nelle Regioni. Scrive la Corte che la «norma costituzionale impedisce che lo Stato si appropri di quelle risorse, costringendo gli enti subentranti a rinvenire i fondi necessari nell’ambito del proprio bilancio, adeguato alle funzioni preesistenti» .

Un disastro pagato dai cittadini. Occorre riformare la riforma, prescindendo dal poltronificio e concentrandosi sulle funzioni e i servizi che le Province svolgevano, e che ora sono in grandissima parte non svolte per mancanza di risorse usate dallo Stato per finalità diverse. Bene ha fatto il vicepremier Luigi Di Maio a respingere la recente apertura di Del Rio su conflitto di interessi e salario minimo: il viatico dell’ex Ministro dei Disastri non garantisce nulla di buono.

(ph. Imagoeconomica)