Il ruolo complesso e fondamentale dei Consorzi di tutela

Dal Festival di Lazise impariamo a distinguere i Marchi aziendali dai Brand territoriali

Si è svolta in questi giorni a Lazise la sesta edizione del Festival delle Dop per promuovere nel consumatore la conoscenza dell’agroalimentare riconosciuto dai marchi di qualità dell’Unione Europea. L’Italia è un ricco giacimento di produzioni agroalimentari di grande qualità, con 863 Denominazioni (di cui 575 DOP, 248 IGP, 2 STG e 38 IG Spirits). Numeri che mettono il nostro Paese al primo posto della classifica europea, assieme alla Francia. Seguono la Spagna, la Germania e ben distanziati tutti gli altri Paesi europei. In Italia è il Veneto la regione più prolifica di eccellenze alimentari: guida, infatti, la graduatoria nazionale con ben 95 prodotti a Denominazione di cui 61 DOP, 28 IGP, 3 STG e 3 IG Spirits; seguono la Toscana con 93 prodotti, Piemonte (90), Lombardia (80), Emilia-Romagna (78) e via via tutte le altre regioni.

La gestione di una denominazione di origine, di un brand collettivo importante, sul quale gravita il destino economico non solo di moltissime aziende agroalimentari ma, attraverso l’indotto, di interi territori, è un’attività che richiede una straordinaria competenza e assoluta dedizione. Allo stato attuale questa attività è in assoluta esclusiva nelle mani dei Consorzi di tutela. Nel vario susseguirsi delle norme che hanno scritto e riscritto nel tempo le regole per la tutela delle nostre denominazioni i Consorzi hanno di volta in volta assunto nuove e diverse responsabilità. Responsabilità che, soprattutto con la fine del ruolo di controllo e l’assunzione di compiti sulla promozione e la tutela dei brand sui mercati, sono diventate ancor più importanti e delicate. Il paradosso, però, è che nonostante le nuove norme dessero ruoli sempre più difficili ai Consorzi non si è quasi mai pensato di renderli più forti, competenti, autorevoli.

Se quindi riteniamo che la tutela e la gestione dei nostri brand territoriali sia strategica per il futuro della nostra economia agroalimentare dobbiamo per forza seriamente pensare a come strutturare in maniera adeguata i nostri Consorzi. Pensare di avere una denominazione forte con un Consorzio debole è un’illusione pericolosa. Un tema chiave, forse il più complesso, nella gestione di una denominazione riguarda la forbice di prezzi decisamente ampia dei diversi produttori che utilizzano il brand. Non è un caso, infatti, che la maggioranza dei conflitti all’interno delle denominazioni, anche quelle più prestigiose, è legato alla questione prezzi. In conclusione, quindi, se oggi ai Consorzi di tutela chiediamo di essere un ufficio legale competente, un esperto di legislazione specifica (vitivinicola, casearia, salumiera o conserviera), di marketing, di comunicazione, di pubbliche relazioni, capace di ideare e organizzare eventi internazionali, di gestire risorse pubbliche, di mantenere costanti relazioni con i soci, di monitorare i prezzi delle denominazioni, possiamo poi realisticamente pensare che questa attività sia fatta mediamente da un paio di persone?

E’ come se un grande gruppo industriale da centinaia di milioni di euro di fatturato fosse gestito da un direttore e un paio di segretarie. Non possiamo quindi meravigliarci se talvolta osserviamo, anche in importanti denominazioni, errori che sembrano quasi fatti da dilettanti. E se veramente abbiamo a cuore il destino dei nostri brand territoriali, oggi più che mai preziosi e fondamentali (quante aziende da sole sono in grado di accreditarsi nel mondo solo con il loro brand privato?), dobbiamo migliorare, adeguare le nostre strutture consortili. Ricordo che il marchio Denominazione di Origine Protetta (Dop) è attribuito dall’Unione Europea ai prodotti che hanno caratteristiche qualitative che dipendono essenzialmente o esclusivamente dalla zona in cui sono stati prodotti, intesa come fattori ambientali e umani. Perciò tutte le fasi di produzione e trasformazione del prodotto incidono sulle sue peculiarità, devono essere eseguite all’interno della zona geografica delimitata.

Il consumatore deve imparare a riconoscere sull’etichetta quali sono i prodotti garantiti e tutelati e quali no. Ben vengano iniziative dunque come quella di Lazise che la Regione Veneto e Veneto Agricoltura dedicano alla promozione di questo importante comparto produttivo ed economico. Per l’appassionato gourmet ovviamente la Dop rappresenta solo un punto di riferimento minimo da superare; qui si gioca un’altra partita su nicchie di mercato, piccoli produttori fuoriclasse, lavorazioni non codificate e straordinari risultati frutto di esperienze basate su lavorazioni al limite, su materie prime rare e razze o varietà uniche. Il Made in Italy progredisce e vince sui mercati internazionali proprio grazie ad un tessuto produttivo diffuso, sempre appassionatamente alla ricerca di spostare il proprio limite.

(ph: retegaia.it)