BpVi, un sorriso (di Zonin) ci seppellirà?

L’ultima dal processo BpVi: i cda non sapevano nulla delle azioni “baciate”. Una farsa che dura da anni

La farsa è un tipo di commedia e nel suo significato spregiativo (fonte dizionario Wiki) indica una «serie di comportamenti basati su ipocrisie continue, invero talvolta scorgendo la malizia di tali intenti». Memorizziamo questa definizione, please. E poi facciamo un salto nell’attualità, in quell’aula di tribunale a Mestre dove si sta celebrando il processo al crac BpVi. Le cronache raccontano, le foto parlano da sole. Gianni Zonin sorride, ed è la conferma che l’animo umano è insondabile. Ma quel sorriso è vero, naturale, mentre la storia del disastro delle due banche venete è costellata di comportamenti contro natura, finanziariamente parlando. Dobbiamo consolarci?

Ci hanno messo vent’anni, a Vicenza, a costruire il nuovo teatro comunale, proprio dirimpetto alla mega sede della Popolare che domina via Battaglione Framarin, senza accorgersi che il teatro c’era già, ed erano quelle stanze protette da una distesa di vetri fumé. Lì dentro ha avuto inizio, ancora nel lontano 2012, la farsa che alla fine non ha raccolto alcun applauso. Comincia con le ispezioni Bankitalia che non trovano nulla, figurarsi le «baciate», cioè le azioni della banca acquistate con lo stesso finanziamento della banca. Eppure c’erano, anche se forse a quell’epoca in modica quantità. Ma è come per la droga: dalla modica quantità si fa presto a diventare tossici cronici e negli anni le «baciate» sono diventate una droga. In totale un miliardo, che significa patrimonio fittizio, soldi che non ci sono, e anzi sono a rischio essendo finanziamenti. Il primo dei molti atti della farsa è questo: ispettori che non ispezionano, controllori che non controllano.

Nel 2015 arriva Bce e il vento cambia, si scovano le «baciate» e altro. Lo scossone è un brusco risveglio anche per Bankitalia. Che scopre anche una certa disinvoltura negli affidamenti, al 120% del patrimonio. Lo dice e non fa nulla, aspettando ordini da Bce. Peccato che, hanno calcolato alcuni analisti a posteriori, la banca fosse già dissestata in quel momento, a rischio fallimento. Sia per la finzione patrimoniale delle «baciate», sia per la massa di crediti potenzialmente deteriorati. Ma si dice poco, e non si fa nulla. Eppure negli ambienti bancari (la concorrenza) gli spifferi si agitavano fin dall’anno prima: «PopVi è malmessa». Ma i comportamenti basati su ipocrisie continue (ricordate la definizione?) continuano. I rapporti pre-assemblea dei soci, firmati da Zonin, raccontano delle magnifiche sorti progressive della banca. La farsa questa volta si materializza nella valutazione delle azioni, che mantengono il loro valore massimo, tanto lo decidiamo tra noi. Quando la Bce stringe il cappio (perché è stato un cappio) son dolori atroci. E il governo Renzi toglie la possibile morfina, obbligando la trasformazione in Spa. E’ il lato politico della farsa, con l’incapacità assoluta di vedere oltre. Spa o non Spa è lo sgabello sotto i piedi dell’impiccando. Ma gli attori della farsa si divertono a recitare, con entrate in scena fulminee e recitazione a canovaccio, assolutamente indifferenti del pubblico al buio, 118 mila paganti.

Era semplicemente farsesco il progetto di fusione di due banche a catafascio, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, lo dicevano tutti meno Bankitalia. A Vicenza i coup de théa^tre si susseguono: l’ad Iorio che promette l’ingresso dei fondi americani e torna a mani vuote, i mega istituti di credito nazionali che garantiscono e poi si sfilano, Atlante (tutti banchieri espertissimi) che toppano clamorosamente. In sala il pubblico si agita sulle sedie, sperava in una commedia, ma non degli inganni. Dubita a questo punto del lieto fine, ma non pensa di assistere ad una farsa: nella quale ogni tanto si ride, ma qui non ride più nessuno.

L’apice della farsa, temporaneo perché ce ne saranno altri, è quando Renzi prima e Gentiloni poi parlano di «salvataggio delle banche venete». Vaglielo a dire agli azzerati. Le banche sono in liquidazione, fallite, ma giornali e telegiornali si riempiono la bocca con il «salvataggio». Mah. Andrà a finire che gli unici salvati son quelli che non hanno restituito i prestiti e hanno affossato le banche. Ma c’è un palcoscenico nuovo per questa farsa infinita, ed è fuori della banca, visto che PopVi non esiste più. Un palcoscenico, anzi due: uno è il palazzo di Giustizia che indaga e conclude con imputazioni come aggiotaggio e ostacolo alla sorveglianza. L’altro è il proscenio della politica. I magistrati non contestano la truffa, anche se nel lessico quotidiano gli ex soci sono diventati pacificamente (mica tanto) i «truffati delle banche». La vox populi non è il diritto, ci mancherebbe. Ma non erano artifizi, che so, le schede Mifid taroccate? E non erano raggiri i peana di successo quando tutto scricchiolava? Farsa, farsa, farsa: capiamo bene che può sembrare un’ossessione: ma lo è. Esempi ad ogni passo: la commissione parlamentare d’inchiesta, la trafila scombiccherata dei rimborsi ai «truffati»… Ma non è finita. Probabilmente ci sarà posto per l’ultimo atto, intitolato «Prescrizione». Accolta con un sorriso, naturalmente.

E adesso tutti qui ad aspettare la verità giudiziaria. Pare che il perno di tutto siano le «baciate», un bacio mortale anche se non è esattamente così. «Non ne ho mai saputo niente» dice a tutti Gianni Zonin: ai giudici, alle parti civili, ai giornalisti («lo ripeterei mille volte»), alla commissione parlamentare. E sorride. Peccato che il 28 dicembre 2013 l’abbia detto così chiaro che il Giornale di Vicenza l’ha riportato, in un’intervista tra virgolette: c’era stato un aumento di capitale di 100 milioni e «il 40% dei soci ha chiesto un finanziamento per aderire». Peccato che Giampaolo Scardone, Bankitalia, faccia mettere a verbale in Procura il 16 luglio 2015 «la perfetta conoscenza del funzionamento e dell’attività della banca» di Zonin. Peccato che Antonio Villa, funzionario trevigiano, dica a Giorgio Barbieri della Tribuna di Treviso che nel 2014 ha mandato una lettera, con dimissioni, al cda per via delle «irregolarità che gli veniva chiesto di compiere», tra cui le baciate. «Peccato che Massimo Bozeglav, capo dell’Audit interna Bpvi, dica il 28 settembre 2017 ad Andrea Priante del Corriere del Veneto «è stupefacente che Zonin affermi di non saperne nulla». Peccato che la Guardia di Finanza sospetti (Ansa del 26 gennaio 2018) una correlazione tra finanziamenti al gruppo Zonin e l’acquisto di 2 milioni 853 mila euro di azioni Bpvi: sarebbero auto-baciate… Il dominus presidente del Cda non sapeva nulla, dice la sua difesa. Dicono il contrario testimonianze di diversa fonte e concordi. Un sorriso le seppellirà?

(ph: imagoeconomica)