«Europee, un referendum su Salvini. Che lo vincerà se arriva al 30%»

Diamanti (Quorum): «fra Di Maio e Zingaretti sfida su chi é il vero anti-Salvini». Berlusconi? «Se prende meno del 10%, Fi si spacca»

«Queste elezioni europee saranno un referendum su Matteo Salvini, e se le vincerà, lo farà col 30%, non con il 51». Il vicentino Giovanni Diamanti, che di mestiere fa lo «stratega di comunicazione» – definizione sua – nella società Quorum di cui è amministratore, oltre che editorialista per il Gazzettino e analista per Linkiesta.it, riassume così il significato politico del voto di dopodomani (che lui commenterà la sera su Rainews, mentre Quorum/Youtrend fornirà exit poll e proiezioni su Skytg24). Un voto che tuttavia, ovviamente, ha più facce. Tante quante le forze in campo.

Partiamo da lui, anzi da Lui, il “Capitano” che ha portato la Lega da partitino in stato di pre-morte a primo partito italiano, almeno stando ai sondaggi. Qual è il suo obiettivo in queste elezioni: prosciugare il più possibile il bacino di centrodestra, puntando su sicurezza ma soprattutto immigrazione, e diventare già ora di fatto l’unica destra italiana? «L’obiettivo è sicuramente quello. La Lega è diventata un partito nazionale, Salvini riempie le piazze allo stesso modo da Bergamo a Lecce, ma il suo consenso non è trasversale, rimane tendenzialmente confinato tra gli elettori potenziali del centrodestra: che non sono pochi, sia chiaro. La Lega di oggi ha soprattutto svuotato Forza Italia, pesca principalmente nel suo bacino, solo in parte ha intercettato consensi in uscita dai 5 Stelle. Il referendum su se stesso serva a polarizzare ulteriormente, con la consapevolezza di non aver bisogno di raggiungere il 50% alle europee, gli basta il 30 per festeggiare una vittoria fino a pochi mesi fa assolutamente inimmaginabile. Non penso diventerà “il partito unico del centrodestra”, l’elettorato italiano non ama questo tipo di soggetti: dall’Ulivo al Pd al Pdl i partiti unici hanno sempre preso meno della somma delle singole forze politiche». Tutto merito di Salvini, che sa usare la cara vecchia ipocrita demagogia? «Sicuramente Salvini è un grande demagogo, ma l’uso strumentale del popolo come depositario di valori unicamente positivi che fa costantemente è di chiara matrice populista, così come la contrapposizione costante che fa tra il popolo e l’élite. Tuttavia, Salvini sembra cavalcare molto le tendenze del momento: non mi stupirei se facesse improvvise deviazioni anti-populiste». In che senso? «Nel senso che non ha forti convinzioni, ma segue il senso comune. Diciamo meglio: non mi scandalizzerebbe vederlo fare conversioni a U. E’ un tattico, non un idealista. Maroni, per dire, era più ancorato a certi valori e a un certo posizionamento».

E Luigi Di Maio, é un idealista? «No. La somiglianza fra Lega e Cinque Stelle sta in una lettura scarsamente ideologica della realtà». Tuttavia il M5S su alcuni punti identitari, come il reddito di cittadinanza in primis ma anche il Decreto Dignità, hanno proceduto come bulldozer nonostante l’opposizione generalizzata di industriali, sindacati, quasi tutta la stampa, gli osservatori internazionali e così via. «Hanno i loro cavalli di battaglia, sì. E infatti oggi sono in leggera ripresa, perchè hanno recuperato alcuni temi originari». Il Movimento punta a tenere il suo nocciolo duro di elettorato originariamente di sinistra, quindi gioca sostanzialmente in difesa, o spera addirittura in un “voto utile” di chi a sinistra non é comunque convinto dal Pd o da Sinistra Italiana? «I 5 Stelle hanno diverse anime, una componente più progressista e una più conservatrice. Emergono a periodi alterni testimoniando la loro matrice cosiddetta “post-ideologica”, però nel lungo termine, in un contesto di responsabilità governative, questo rischia di essere un grande problema: il limite che separa la post-ideologia dall’opportunismo è sottile. Soprattutto se ci si sposta da destra a sinistra con disinvoltura inseguendo i risultati dei sondaggi. Prima, il MoVimento si è mosso verso destra, per evitare di venire svuotato da Salvini; poi, a sinistra, per evitare che il recupero del Pd post-primarie lo mettesse in difficoltà. Mi riesce difficile pensare che questo tipo di tattica possa durare in eterno, e non è un caso che il MoVimento nei sondaggi abbiamo perso un quarto dei propri voti nell’ultimo anno: è difficile governare e mantenere un elettorato così composito». Interessante sottolineare, come fa Diamanti, che «la sfida fra Di Maio e Zingaretti del Pd é su chi sia il vero anti-Salvini».

Ecco, il Partito Democratico. Zingaretti lo ha riorientato sulla contrapposizione a entrambe le forze di governo, ma alcuni incidenti subiti (il caso della presidente dell’Umbria) o forse sottovalutati (a Casalbruciato è stata la sindaca grillina Raggi a essere presente fisicamente, il Pd non c’era) assieme ad un rinnovamento nelle candidature assente o non percepito (un nome su tutti: la Moretti), tutto questo dà l’impressione di un Partito Democratico sul campo sì, ma che tocca pochissima palla. Quali sono i limiti – chiediamo a Diamanti che collabora da tempo con “Zinga” – sul groppone del segretario Dem e del suo partito in questa fase? «Il “brand Pd” è nell’immaginario collettivo perdente, quando pochi anni fa era la forza dominante della politica italiana. Il primo scoglio, e il più decisivo, è quello dell’identità. Il Pd costruito da Renzi a sua immagine e somiglianza era un partito leggero, con tratti leaderistici, con una matrice liberaldemocratica e un approccio pragmatico. Il progetto alla lunga si è rivelato fallimentare, in primis per il crollo della credibilità e della fiducia verso Matteo Renzi, ma ha portato anche risultati interessanti: nel Nord Italia, e in particolare a Nordest, è sceso meno che nel resto del Paese, e ha intercettato consensi tra gli imprenditori, dove prima aveva sempre faticato». D’accordo, ma venendo all’oggi? «Il Pd ha la necessità di recuperare una centralità mediatica e di evitare la sfida Lega-5 Stelle, che lo taglierebbe fuori. E ha bisogno di mostrarsi come perno del centrosinistra italiano, trait d’union tra le sinistre e i moderati: in questo, alle europee, sarà favorito dal voto utile: probabilmente non ci saranno altre forze che supereranno lo sbarramento, né +Europa, né la Sinistra, tantomeno i Verdi». Centralità mediatica, ok. Ma i contenuti? Crozza ci ha fatto un bellissimo sketch, sulla retorica zingarettiana, buonista quanto vuota di proposte. «Zingaretti con Calenda e Gentiloni hanno lanciato il “Piano per l’Italia”, per la verità». Non è parso far sfracelli nella percezione collettiva. «In generale il posizionamento strategico e mediatico dipende da leader forti e contenuti forti. Per questo la Lega va, appunto, forte: perchè Salvini piace come leader e perché “chiudiamo i porti” é un messaggio semplice ed efficace».

A sgomitare per il ruolo di alleato indipensabile della Lega sono Fratelli d’Italia e Forza Italia. La Meloni e Berlusconi conducono due battaglie di sopravvivenza politica: la prima punta a raccogliere una percentuale tale da poter avere sufficiente forza contrattuale con cui intavolare un’alleanza con Salvini, il secondo a non essere tagliato fuori anzitutto dai suoi, o almeno da quanti fra loro non vedono l’ora di “salvinizzarsi”, dando vita a una Forza Italia filo-salviniana, e quindi sbarazzarsi di lui. E’ così? «È così. Forza Italia oggi ha due strade: la via liberale e moderata, o un percorso più conservatore. Convivono due anime nel partite, tenute assieme solo dal carisma del Capo, che però è sempre più debole. Dovesse andare sotto il 10%, sarà difficile tenerle assieme. Ma nel complesso, a mio avviso i cosiddetti “partiti del Capo”, come li chiama Fabio Bordignon, sono destinati a esaurire il proprio ruolo storico con la fine del Capo stesso. A meno che non trovino una leadership nuova, diversa. Una donna?». Fd’I una donna alla guida del timone ce l’ha, ma non sembra bastare. «La Meloni ha un compito più facile: quello di superare lo sbarramento del 4%, cercando poi qualche alleato nella costruzione della “seconda gamba” del centrodestra. Il suo obiettivo è questo: diventare la numero due della coalizione nel medio termine. A volte però ho la sensazione che a livello di messaggio sia debole. Dice le stesse cose di Salvini, l’uno però utilizza la cornice narrativa del buonsenso per narrarle, l’altra usa l’ideologia, che va sempre meno di moda. Anche lei, deve definire meglio la propria identità». Arrivederci alla sera di domenica 26 maggio.

(ph Facebook Matteo Salvini)