Pedemontana, Costa fa il ministro. Ma la Lega non si batte così

L’iniziativa del responsabile dell’Ambiente nel governo è chiaramente elettorale, anche se in linea col suo compito. Solo che per i veneti che votano Salvini e Zaia queste sono preoccupazioni secondarie

Il ministro dell’Ambiente in quota grillina, Sergio Costa (in foto), ha fatto il suo dovere, nel muovere i carabinieri del Noe e del Cufa (forestali e agroalimentari) per far luce sui possibili danni ambientali nella Pedemontana veneta. Nel dubbio sugli ammassi di rifiuti lungo il cantiere di Montecchio Maggiore, denunciati dai residenti, attivisti e dal Movimento 5 Stelle con un video, ha ordinato un controllo, come deve fare un ministro. Ciò detto, l’inviperito presidente leghista del Veneto, Luca Zaia, dice un’ovvia verità quando sostiene polemicamente che Costa abbia sostanzialmente lanciato un siluro dal chiaro valore strumentale attivandosi a tre giorni dal voto delle europee. Nessuno vive nel mondo delle fiabe, e il ministro, essendo ministro e rispondendo a una delle due forze al governo, fa anche politica. Come gli altri.

E tuttavia, pur senza alcun collegamento con l’attività dei 5 Stelle e con l’iniziativa di Costa, la Procura di Vicenza ha ritenuto di aprire un’inchiesta ad ampio raggio al momento senza indagati, e non soltanto sui rifiuti speciali presenti, ma su tutte le segnalazioni considerate credibili ricevute in questi mesi su falde, inquinamento acustico e disagi patiti dai cittadini. Vedremo con quali esiti: se va tutto bene e tutto é a posto, come sono sostengono i responsabili dei lavori e il commissario straordinario Marco Corsini, oppure no. Il procuratore berico Antonino Cappelleri ha evidentemente ravvisato elementi sufficienti per indagare.

Lasciando stare il piano giudiziario su cui è competente soltanto la magistratura, e seguendo invece il filo dello scontro elettorale ormai concluso, c’é da dire che queste mosse, ripetiamo sacrosante nel merito, politicamente non sortiscono però alcun effetto se l’obiettivo é di togliere consensi alla Lega in Veneto. Perché il partito guidato da Matteo Salvini e rappresentato, anzi diciamo pure impersonificato in loco da Zaia, ha raggiunto ormai dimensioni e solidità da partito egemone, che rispecchia parte significativa della società veneta: dagli imprenditori grossi e piccoli agli artigiani ai liberi professionisti ai lavoratori senza distinzioni di settore, il leghismo nelle sue due facce, salviniana (quasi tutta l’area di destra dell’elettorato ammaliato dall’uomo forte) e zaiana (lo zoccolo duro dei “venetisti” storici e dei cittadini moderati di centrodestra) appaga il bisogno di rappresentanza, un po’ come faceva, mutatis mutandis, la Democrazia Cristiana. Naturalmente con tutte le debite e notevoli differenze.

Non per niente Zaia é apprezzato, o disprezzato a seconda dei punti di vista, come una specie di democristiano 2.0. Un alter ego di Salvini, che soprattutto tenendo il punto sull’autonomia mantiene la roccaforte della Lega su binari più rassicuranti, rispetto al sovranismo del leader. Al composito mondo che voterà domani Lega (con picchi che in certe zone interne si avvicineranno al 40% perfino per superarlo in qualche caso), interessa poco dei pericoli per la salute di una “grande opera” tutta veneta come la Pedemontana. E’ triste dirlo, ma é così. Sia pur facendo la tara a qualche eccesso caricaturale, nella sostanza ha ragione Alberto Peruffo, l’infaticabile dissidente in lotta politica e giudiziaria con la Regione, quando parla di “spannoveneti” a cui importa solo che si faccia, e che si facciano schei. E quanto al prezzo in termini di vivibilità, legalità, qualità della vita e bellezza, ci si penserà dopo.

Ad aver generato certi mostri é stata una simile mentalità, comprensibile se si pensa al sudatissimo sviluppo degli ultimi quarant’anni, ma non giustificabile alla luce delle vergogne Pfas, BpVi-Veneto Banca e cementificazione da capannone che hanno deturpato e sconciato questa terra. Capiamoci bene: il veneto-tipo non é riducibile alla figura grosziana del padroncino che applica il suo modus operandi padronale alla cosa pubblica. Ma qualcosa, di questo lato becero, quel veneto per bene che crede in buonafede in un futuro scintillante di strade superveloci e modernità efficiente, ce l’ha. Solo che non se ne accorge nemmeno, o lo sottovaluta con falsa coscienza, o lo liquida con fastidio. Come se sollevare problemi che riguardano tutti, rallentando i ritmi dei lavori, sia roba da “comunisti” – così si diceva e si dice ancora, da queste parti, benchè ultimamente forse si sia passato a dire “grillini”…

Il grillo parlante ha sempre rotto la pace mentale, le certezze granitiche e la poca pazienza scrotale dell’homo oeconomicus. Spesso il primo è snob e culturalmente razzista, ma non é altro che il gemello al contrario, il rovescio, il doppelgänger del secondo. Solo che almeno vuole porre, giustamente, qualche limite, mentre il secondo finisce con l’essere, magari imbellettandosi da difensore del “buonsenso” pratico, un responsabilissimo irresponsabile. La prudenza, ricordiamolo, era la prima delle virtù cardinali, seguita da giustizia, fortezza e temperanza. La velocitàinsofferente di controlli no, spiacenti: quella non c’era.

(ph: Imagoeconomica)