Calcio, orgogliosamente No Var: non s’interrompe un’emozione

Un sistema da rivedere: non elimina gli errori, e soprattutto introduce pause fastidiose nella partita

E sono due anni di VAR. Il Var o la Var? Articolo maschile, ovviamente, perché è l’acronimo della inevitabile espressione inglese Video Assistant Referee, che significa Assistente al Video dell’Arbitro (ma vuoi mettere VAR rispetto ad un autarchico AVA?). Dopo due interi campionati di utilizzo in Serie A dell’esame in videoregistrazione di certe situazioni di gioco, l’unica certezza che si è riusciti a raggiungere è proprio questa, il genere da usare nel citarlo. Per il resto, come al solito, è una bagarre di opinioni e giudizi. Il sistema è entrato in vigore nel campionato 2017-18. Per la storia, è stato chiamato in causa per prima volta già alla prima giornata nella partita Juventus-Cagliari: al 37′ del primo tempo è assegnato dal VAR un rigore a favore del Cagliari, poi parato da Buffon.

Il parere più recente risale al 23 maggio ed è quello del presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, Marcello Nicchi: «lavoriamo per affinare l’uso della tecnologia il più possibile, ma siamo a livelli in cui c’è poco da modificare». Tutto bene insomma per il numero 1 dei nostri fischietti, ma la sua positività non trova riscontro in tanti, troppi episodi dell’ultimo campionato. Quello più clamoroso è accaduto domenica 24 febbraio nella partita Fiorentina-Inter. A tempo quasi scaduto i nerazzurri sono in vantaggio 3-2. L’arbitro Rosario Abisso di Palermo fischia un braccio del terzino destro interista Danilo D’Ambrosio su una pallonata da pochi metri dell’ala viola Federico Chiesa, che fra l’altro aveva appena commesso un fallo non visto dall’arbitro. Dalla postazione VAR i colleghi chiamano Abisso e gli dicono di guardare il video del presunto fallo di D’Ambrosio. È evidentissimo che il pallone è toccato dal difensore con il petto. Tutti si aspettano la revoca del rigore e invece il fischietto siciliano lo conferma. Dopo 11 minuti di recupero Jordan Veretout segna dal dischetto il 3-3. Un risultato che potrebbe costare la qualificazione Champions all’Inter.

Cosa non ha funzionato in questo episodio? Certo non la tecnologia, che aveva dimostrato l’errore dell’arbitro. Il malfunzionamento in realtà è stato umano, sulla oggettività del documento ha prevalso la soggettività dell’uomo. E allora a che serve il Var? Altro esempio. 2 dicembre 2018, Roma, Stadio Olimpico. Al 35’ del primo tempo di Roma-Inter D’Ambrosio (ancora lui, ma stavolta nel ruolo di colpevole) sgambetta nella propria area il centrocampista giallorosso Nicolò Zaniolo. Sarebbe sacrosanto rigore ma l’arbitro Gianluca Rocchi di Firenze non lo vede. Gli arbitri Var confermano la decisione del collega in campo, anche se vistosamente sbagliata. La partita finisce 2-2, non si sa con il penalty a favore dei giallorossi come sarebbe andata. Anche in questo caso la tecnologia ha funzionato, il corto circuito è stato umano. Di situazioni così ce ne sono state non poche durante il campionato. Il bilancio di una metodologia introdotta proprio per evitare i dubbi e rettificare gli errori non può che considerarsi in rosso. Checchè ne dica Nicchi.

La pecca più grave  però è un’altra. È l’interruzione del gioco, il blocco dell’emozione, lo stacco fra il boato che accompagna l’azione e il silenzio dell’attesa. In uno sport che non ha nel suo Dna tempi morti, che da anni cerca con successo di annullare o ridurre le pause, l’irruzione della pausa VAR disturba, snatura, danneggia l’evento. Scrive quel formidabile polemista nonché arguto analista che è Massimo Fini nel suo ultimo libro “Storia reazionaria del calcio” (Marsilio editore, coautore Giancarlo Padovan) che «la partita è un racconto che si sviluppa per novanta o più minuti con un solo intervallo che è come la pagina bianca che sta fra due capitoli. Interromperla durante il gioco, e non per ragioni di gioco, come un fallo o l’infortunio di un giocatore, è come inserire un saggio, sia pur breve, fra due terzine di Dante». Il paragone è efficace e l’accusa al sistema Var ineccepibile.

Non è reazionario, a scapito del titolo, preferire un calcio meno tecnologico e più immediato, in cui gli errori arbitrali fanno parte del gioco e non sono l’occasione per catturare l’attenzione del pubblico televisivo. Perché, meglio averlo ben presente, il telespettatore durante la pausa Var rivede cento volte l’episodio da tutte le angolature, mentre chi sta sugli spalti dello stadio si annoia e magari si angustia, anche per qualche minuto, nell’attesa del verdetto.

E che dire dell’abnormità dello stop al festeggiamento di un gol? Succede che il tifo esploda dopo una rete e, magari dopo un bel po’, mentre pubblico, giocatori e panchina ancora esultano, cala il gelo, l’urlo si blocca, l’entusiasmo si deve sospendere. Aspettando il verdetto del Var. Ma non si interrompe un’emozione, come diceva Federico Fellini per contestare l’abuso di spot pubblicitari durante i film. «Così nel calcio le interruzioni del VAR fanno perdere alla partita il suo ritmo oltre che la sua poesia» commenta a ragione Massimo Fini. Che ci mette in allarme su uno sviluppo del sistema che entrerà in vigore nel prossimo campionato: in tutti gli stadi saranno installati maxischermi su cui saranno proiettate le azioni decise dal Var. «Una follia nella follia- commenta Fini -. Prevedo tafferugli inenarrabili, le contrapposte tifoserie non potranno mai essere d’accordo».

(ph. Shutterstock – Marcin Kadziolka)