Moravia: grande romanziere, pessimo poeta

La raccolta “Poesie” dimostra che non basta frequentare Montale e Pasolini per scrivere come loro. E si merita cori fantozziani

Lui è sicuramente uno dei più grandi. I suoi romanzi hanno retto al passaggio del tempo – cosa più rara di quanto si possa immaginare –, anche perché alieni a certi vuoti sperimentalismi dell’epoca e all’adesione ottusa a determinati parametri ideologici. Moravia è Moravia. La sua analisi della borghesia italiana non ha eguali, da “Gli indifferenti” a “La noia“, l’autore ne scandaglia lo sviluppo e le mutazioni nel periodo fascista come in democrazia. Egli è anche uno dei primi coraggiosi critici italiani di quelli che oggi vengono definiti con spregio “radical chic” e delle mafiette di potere all’interno del sottobosco culturale di sinistra (leggete in merito “Io e Lui“, impietoso e divertentissimo).

Sennonché per molti risulterà quasi istintivo acquistare sulla fiducia “Poesie“, il volume di Bompiani appena uscito e contenente l’intera opera lirica moraviana – un’opera, in realtà, fino a oggi quasi segreta. Non fatelo! Il volume in questione è probabilmente uno dei peggiori testi di poesia che si siano mai visti. Non ci credete? Proviamo ad aprire a caso. La poesia si intitola “L’amnesia”: «mi succede/ spesso/ di salire sulla macchina/ e partire/ e poi, d’improvviso/ mi accorgo/ che ho dimenticato/ il luogo/ dove/ sono/ diretto/ allora/ mi metto/ a correre/ anche di più/ Mi sono dimenticato/ dove andavo/ il giorno stesso/ che sono/ nato/ da allora/ non ho fatto che correre/ con la speranza/ di ricordare/ durante la corsa/ la mia/ destinazione». Spiace dirlo, ma questi versi sono indegni di un liceale con qualche buona lettura alle spalle. Se si considera che sono scritti da uno dei più grandi letterati italiani, tradotto in tutto il mondo, e dalle conoscenze poetiche vastissime, viene da chiedersi come possa anche solo essere arrivato alla fine della composizione senza stracciare prima il foglio.

Purtroppo, è sempre meglio di questi tempi non fidarsi degli autori morti. Spesso ci sono troppe vedove di mezzo con i conti da tenere in ordine e case editrici a cui piace vincere facile. Invece di cercare qualche nuova grande penna – e, dannazione, ci sarà pure tra il nostro martoriato e umiliato popolo –, pubblicano l’indecente, basta che gli si possa appiccicare sopra un nome famoso, da cui tanto qualcuno verrà attirato, come la scritta Dixan funge da guida per la casalinga spersa tra le corsie del supermercato. E così ci troviamo liriche quali “Monete false”: «il mio fantasma/ di scrittore/ rassomiglia/ a me/ come una moneta/ vera/ Ma in giro/ non ci sono/ che monete false/ quelle vere/ stanno chiuse/ in sotterranei blindati/ Ah che venga la poesia/ e faccia saltare in aria/ quei forzieri/ e ne sparga/ i tesori/ ai quattro venti». E le altre non sono meglio! Roba che a paragone Fabio Volo è Giacomo Leopardi.

Davvero su queste liriche non vale la pena spenderci un soldo e un minuto di più. Ciò a fronte dei tanti bei discorsi della curatrice, Alessandra Grandelis (ricercatrice presso l’Università di Padova), che sottolinea le profonde conoscenze di Moravia in ambito poetico, le frequentazioni con Ungaretti, Pasolini, Pecora. Tutto vero, non ci sono dubbi. Ma non basta sapere di poesia, o essere così bene introdotti da poter passare la serata con Eliot e Montale, per essere un poeta. Non serve neppure essere uno dei più grandi romanzieri italiani. E a nulla valgono le supercazzole giustificative: «qualcuno potrà dire che i testi mancano di una specificità poetica. Va ricordato che Moravia inizia a scriverli in un decennio che prende avvio nel 1971, dopo l’abiura delle regole da parte della neoavanguardia e la valorizzazione di una poesia inclusiva di cui parla Montale nel 1964 a proposito di una linea prevalente che apre al ragionamento, alla cronaca e al racconto».

Sì, d’accordo, ne possiamo tener conto, ma non per questo ci asterremo dall’unirci in fantozziano coro per dire che le poesie di Moravia sono una cagata pazzesca e pubblicarle è indecoroso della sua memoria e di una nobile casa editrice come Bompiani. Quando si ha da difendere una reputazione come la loro, sarebbe meglio pensarci due volte prima di ridursi al ruolo di tipografi di infimo livello. La poesia è una cosa ben precisa e loro lo sanno bene. E la merda, per quanto d’artista, sempre merda resta.