Il Veneto con la nuova Lega: Salvini si mangia Di Maio e Berlusconi

Il Carroccio svolta a destra. Ma deve tenere insieme anche i moderati come Zaia. E il Pd torna ad essere un’alternativa. Con la Moretti (sic)

Se vai in giro per il Veneto, uno su due di quelli che incontri è leghista: il commerciante, la commessa, l’impiegato, l’imprenditore, lo spazzino. Quasi il 50 per cento ha votato il partito di Salvini, ma non si può dire non ci fossimo abituati. Anche se il parallelo è tecnicamente improprio, il leghista Luca Zaia è stato eletto presidente della Regione con il 50,08 delle preferenze, nel 2015: d’accordo, raccoglieva tutto il centrodestra, ma dei suoi un milione 108 mila e 65 voti una buona parte veniva dal Carroccio. Quanta parte? Un altro dato per capire cos’è successo domenica è quello delle precedenti europee del 2014, nelle quali la Lega non ancora nazionale aveva raccolto 364.477 voti, e un 15,2 % in termini percentuali. Una miseria, se confrontata con l’oggi. Domenica alla Lega sono andati un milione, 234 mila consensi. Cento e passa mila più che a Zaia.

Cinque anni fa, il Pd nel Veneto aveva raccolto il 37,5% con quasi 900 mila voti. Incredibile, ma in un lustro politicamente è successo di tutto. E’ successo soprattutto lui, Salvini. La sua Lega nazionale e sfrontata ha prodotto un valore aggiunto stimabile in più della metà dei voti leghisti sul mercato. Ma sono gli stessi leghisti cui eravamo abituati? Lo zoccolo duro sotto le bandiere del leone di San Marco, quello che ci aveva abituato sì alle sparate di Gentilini sindaco di Treviso, ma anche al buon senso dei Bepi Covre e dei Marzio Favero deve accomodarsi un po’ più in là per far posto alle new entries di salviniani più radicali. Insomma, se la «vecchia» Lega era il trapasso territoriale di consolidate pulsioni democristiane con il surplus di verde identitario, questa di oggi è un partito ideologicamente più estremista, decisamente di destra, in cui lo spostamento dell’asse portante potrebbe nel medio periodo diventare un filino indigesto, così come sembrano amari altri strani bocconi. Cosa possono per esempio dire oggi le prime generazioni venete, quelli del «Roma ladrona» per capirci, a quel 25 per cento di romani che ha votato Salvini?

Oggi metà dei veneti è saltato sul Carroccio, categorie economiche in prima fila, forse anche ammaliate dal potere governativo (ma in Europa non conta). Il raddoppio dei consensi (i voti veri) è frutto di calcolo politico o di reale convinzione? Perché così cambia lo stesso dna del leghista votante e del leghista-cittadino. Al pragmatismo amministrativo, appena venato dalle trasferte a Pontida, si sovrappongono l’orgia degli slogan, il vorticare delle felpe, gli abbracci lepeniani. Perfino gli eccessi parareligiosi non si erano mai visti tra i leghisti del (pur residuale) Veneto cattolico. L’urlo ha poco a che fare con la prudente cantilena veneta, abituata al compromesso piuttosto che allo sbatter di porte e porti. I leghisti del leone di San Marco erano puri e non duri.

L’Europa vista dai leghisti attuali è un quasi nemico, ma l’export che va lì da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna è più di metà di quello italiano. L’accoglienza degli immigrati, finché non è diventata strumento politico, è stata nelle nostre contrade diffusa, pacifica e utile. Poi è arrivato il «no» centralizzato alla ripartizione degli arrivi, e i sindaci leghisti si sono adeguati. Salvini dovrà accorgersi che mafia, ‘ndrangheta e camorra si devono combattere al Nord come al Sud. Insomma c’è in ballo l’evoluzione di un partito, che al tramonto degli attuali fasti nazionali, qui nel Veneto potrebbe tradursi in involuzione. Perché in questo momento è come se la Lega veneta avesse un’anima e due volti, o piuttosto un volto e due anime. Se la Lega ha fatto un sol boccone di mezzo elettorato, ci sono anche gli altri. E’ necessario fare una panoramica, come i dentisti.

Il dente più cariato, a rischio estrazione, è quello di Forza Italia. Ha raccolto uno sbocconcellato 6%, con perdita di quasi 9 punti rispetto alle europee di cinque anni fa. E sì che negli anni del berlusconismo il Veneto locomotiva imprenditoriale sbavava per l’allora cavaliere. Ciao ciao Berlusconi, e infatti ancora prima del voto gli azzurri si sono politicamente dissolti, in Regione innanzitutto, nel territorio non ne parliamo. Perfino i fratelli di sangue politici, vedi il sindaco Rucco a Vicenza, hanno fatto endorsement per la Lega

Il Viagra non funziona in politica, e il partito-persona sconta gli anni del suo leader. La Lega è un assorbente che rimarrà pure con l’Iva al 22%, ma assorbe. Forza Italia non elegge nessuno nella circoscrizione Nordest, la seconda più produttiva del Paese: come dire che è stato cancellato uno dei presupposti della stessa esistenza del partito di Berlusconi. Adieu, da qui in avanti. E i destri nell’animo, un tempo accolti sotto il mantello berlusconiano, saltano al volo su una barca che galleggia meglio, per chi è di destra sicuramente più identitaria: Fratelli d’Italia accoglie migranti azzurri senza più salvagente, Giorgia Meloni raddoppia con gli interessi (dal 3,3 al 6,8%) i suoi voti per l’Europa. Sommati a quelli di Salvini, sono l’emergere di una radicalizzazione a destra del Veneto: nel 2014 Fratelli d’Italia più la solita Lega (Salvini è diventato segretario nel dicembre 2013) insieme facevano il 18,5; oggi arrivano quasi al 57%. In mezzo il voto a Zaia del centrodestra unito, arrivato al 50%, ma diverso qualitativamente. Oggi come oggi la quantità è aumentata con due sole componenti, ribilanciata su populismo e sovranismo, quindi dichiaratamente a destra.

Cosa potevano fare i poveri Cinque Stelle veneti, travolti dalla débacle nazionale? Ma diremmo ancora di più. Raccolgono l’8,9, a distanza siderale dal quel 19,9% delle europee precedenti. Ma soprattutto regrediscono nel confronto nazionale: valgono metà del 17% del M5S. Il pragmatico «fare» veneto poco gradisce i fiumi di parole, l’affastellamento dei progetti, la competenza improvvisata, quando c’è. Scontano peccati di gioventù che in cinque anni non si è granché avvicinata alla maturità. Avete mai sentito parlare di «bipolarismo imperfetto»? Beh, il Veneto è il caso più rappresentativo, ed è tutto merito del Partito Democratico. Perché sì, ha riconquistato come a livello nazionale il secondo posto, e quindi essendo avversario della Lega si può tornare a parlare di bipolarismo possibile. Possibile o impossibile si vedrà, ma sicuramente imperfetto, talmente imperfetto che se su un piatto della bilancia c’è il 50%, sull’altra c’è il 18,9, dai quasi il 19.

La sinistra-sinistra ha sempre fatto fatica nell’«angulus Venetorum», per evidenti ragioni storiche. Perfino gli exploit berlingueriani qui arrivavano annacquati, e la fusione con la Margherita ha regalato solo qualche costola dell’ex Balena Bianca. Poi, si sa, la benedizione di Renzi si è trasformata in maledizione. Fatto sta che i piddini, come gli alpini, hanno sempre marciato in salita, mandando in pensione anche gli infaticabili muli dell’ex Pci. Alessandra Moretti alle regionali era stata strapazzata da Zaia, ma aveva raccolto con tutto il centrosinistra quasi il 23%. Buio profondo alle politiche 2018, con il 16%. Ora il Pd risale, in tempi di distese verdissime il 3% in più è incoraggiante. La Moretti ha ottenuto una vittoria generazionale: ha la stessa età di Salvini e ha battuto un politico di lungo corso come Achille Variati: lei eletta, lui no. Ma non è una questione di «anime» del PD: c’entrano la tv, la visibilità e, perché no, l’essere donna. A lei spetterà il compito di essere la miglior interprete del bipolarismo imperfetto in salsa veneta. Sic.

(ph. Facebook – Matteo Salvini)