M5S in trappola. Ma Salvini ora deve passare ai fatti: auguri

Di Maio & C avevano creato aspettative troppo alte, e l’hanno pagata cara. Ma lo stesso rischio corre ora la Lega. Il Pd resta confinato a sinistra, anche se la vera sinistra non esiste più

In queste europee in cui si é votato per tutto tranne che per l’Europa, il vincitore é uno e uno soltanto e sapete già tutti chi é. I motivi, al solito, si dividono fra meriti suoi, mediatici e politici (che fanno tutt’uno: rosari, demagogia social e legge&ordine su immigrazione e sicurezza pagano, e pagano tanto) e demeriti altrui (demonizzarlo, cioè considerarlo il Male assoluto, non ha fatto che rafforzarlo).
Se la Lega ha stravinto diventando il primo partito italiano lo deve principalmente a lui, oltre che al suo consolidato carattere di partito presente e radicato. La famosa “pancia” del Paese, termine che qui non usiamo col tono spregiativo da parrucconi borghesi stile Gad Lerner, gorgoglia un fisiologico e quindi legittimo bisogno di rassicurazione, e il leader leghista questo lo ha capito e lo sa tradurre in risposte. Quanto efficaci e giuste, questo è un altro paio di maniche. Ma resta il fatto che le dà.

Mezzo vittorioso il Partito Democratico, che ha superato la soglia psicologica di autostima del 20% ma soprattutto ha battuto, nel derby a sinistra, il Movimento 5 Stelle. Il grigio e innocuo Zingaretti purtroppo per lui non é quel figo di suo fratello, ma non é neanche Renzi: già questo bastava. In più, ha fatto incetta di qualche prezioso voto in uscita dagli elettori 5 Stelle delusi dal patto di governo con la Lega. E la spiegazione finisce qui, visto che per il resto, fra inchieste in Umbria, vuoto cosmico di proposte forti, assenze ingiustificabili nei luoghi caldi (Casalbruciato) e l’insondabile potere negativo che la tv ha di premiare i peggiori (Calenda, la Moretti), é un mistero teologico come il Pd l’abbia sfangata, e pure bene.

Il Movimento 5 Stelle è stato abbandonato dagli elettori sia di destra (verso la Lega), sia di sinistra (verso il Pd), sia dai fuori categoria (verso l’astensione). Al sud soprattutto, benché lì rimanga pur sempre la prima forza. Il reddito di cittadinanza é il maggior colpevole: é stato fatto poco, male e in fretta. E’ il simbolo di una sindrome di cui soffre la creatura di Beppe Grillo: avendo suscitato negli anni aspettative di palingenesi quasi rivoluzionarie (tutti a casa, il parlamento da aprire come una scatoletta di tonno, basta coi sindacati, basta opere-mangiatoia per “prenditori”, basta con lo strapotere della banche, basta con il servaggio a Usa e poteri forti internazionali, insomma basta tutto il sistema), dover andare al governo, riducendo gli obiettivi secondo un penalizzante “contratto” con un avversario come la Lega, li ha dissanguati in credibilità. Avevano alternative l’anno scorso, essendo – e rimanendo tuttora – il gruppo più forte in parlamento? No. Avrebbero comunque perso molto sangue. Ma forse ne avrebbero perso meno e meglio, se non fossero passati dal “volemose bene” della prima fase al “dagli al Salvini” dell’ultima, facendo così la figura delle banderuole. Il problema dei grillini é però di fondo, e ormai si è anche stanchi di ripeterlo per la duemilionesima volta: non hanno una struttura, non sanno e non vogliono selezionare una classe dirigente, mancano di una visione coerente, affidano tutto alla comunicazione e alla tattica e ignorano cosa siano cultura politica e strategia. Ma Di Maio minimizza e guarda avanti. Col un bel paraocchi, a quanto pare.

Berlusconi non é riuscito a rianimare la cadaverica Forza Italia, che regredisce sotto la quota dignità del 10%. Quell’uomo é incredibile: puer aeternus com’è, non si rassegna allo smandibolamento incerto da cui escono perfino insulti agli elettori («coglioni») che votano i nuovi “comunisti” 5 Stelle, ma ormai é relegato a fenomeno di folclore, tipo il nonnetto che ti tieni in casa anche se la spara grosse, ma fa ridere i bambini. Gli siamo affezionati, tuttavia Villa Arzilla sarebbe ormai la sua destinazione naturale. La destra doc della Meloni, invece, manca l’agognata meta di scavalcare i tardo-berlusconiani e avvicinarsi abbastanza al 10% per convincere i leghisti a mollare Di Maio e compagnia, andare a elezioni anticipate e formare un governo ancièn régime di centrodestra, come ai bei tempi. E’ vero che il 34% della Lega assieme al suo 6% e rotti arriva all’asticella del 40%, ma con la legge elettorale vigente, il Rosatellum bis, premio di maggioranza (relativa) non ce n’è. Quindi ciccia, camerata Meloni.

E infatti Salvini l’ha chiarito subito: il governo Conte resterà in sella. A una condizione: che i provvedimenti dell’agenda leghista (autonomie, Tav, flat tax, nuovo decreto sicurezza) vadano in porto. Traduzione: é finito per il M5S il tempo dei bastoni fra le ruote, adesso il socio minoritario della maggioranza é Di Maio e deve prevalere la linea di Salvini. Altrimenti sì, che si va al voto. Il Movimento é in trappola: ostaggio della Lega all’interno di Palazzo Chigi, e bloccato all’esterno verso un’improbabile accordo con il Pd. Ha ancora i numeri in parlamento, e se sapesse manovrarli come i politici consumati che non sono, potrebbero anche riuscire in una difficile, ma non impossibile impresa: logorare Salvini anche lui oggi investito di una missione da salvatore della patria che potrebbe ritorcerglisi contro. Oppure potrebbero giocarsi il tutto per tutto e far saltare il banco subito, scommettendo su un ritorno alla facile vitalità dell’opposizione. Ma a parte il fatto che per la faccia di bronzo Di Maio non è successo nulla o quasi, é arduo pretendere di sacrificare la posizione conquistata l’anno scorso. E comunque il rischio é troppo alto, sia andando soli contro il mondo sia cercando sponda in Zingaretti (che non sembra disponibile, nonostante Cacciari sbuffi da mesi la necessità realistica di recuperare spazio sottraendo i grillini all’abbraccio con il Carroccio).

Questo voto aveva e ha un valore politico nazionale, e ha sancito una decisa sterzata a destra. Nella nazione che aveva il Partito Comunista più forte d’Occidente, la sinistra propriamente detta é infatti letteralmente azzerata (Fratoianni, chi?). Ah, dimenticavamo: la Bonino euro-fanatica, Rizzo col suo Partito Comunista e i neofascisti di Casapound e Forza Nuova, che tanto facevano tremare di paura e fremere di antifascismo certi cacciatori di streghe, sono finiti nell’albumina. Chi è causa del suo mal… Una cosa é certa: se chi ha votato Lega pensa che l’Unione Europea ora cambierà, spezzando o anche solo allentando i vincoli monetari e finanziari che ci costringono in una gabbia di ferro, é un povero illuso. La Lega ha in mano una cambiale che potrebbe scontare cara: se non produce fatti, se non realizza le promesse, se non concretizza, corre lo stesso pericolo dei suoi alleati-rivali. Cioè sgonfiarsi così come si è gonfiata: rapidamente e clamorosamente.