«Fondazione Roi, si rispetti volontà del nostro amico Boso»

La lettera: «volgare usare certe espressioni su un benefattore». La replica: nessuna volgarità, si voleva solo segnalare un fatto

Egregio Direttore,

noi possiamo vantarci di essere stati per lunghi anni onorati dall’amicizia e dalla consuetudine di vita con il marchese Giuseppe Roi. In tanti anni, mai una sola volta che le preferenze sessuali del nostro amico siano state motivo di percezione, tanto meno di discussione.

Boso Roi era un signore, con innata signorilità si rapportava con tutte le persone con cui veniva a contatto, di ogni ceto sociale. Il resto, nel caso, era vita privata, che egli tenne sempre gelosamente riservata, mai facendone, non diciamo ostentazione, ma neppure oggetto di qualche rilevanza.

Boso Roi si prodigò sempre per il bene della sua città, da vero, autentico mecenate, fino al punto da donare a Vicenza e ai suoi musei quasi tutto il suo ingente patrimonio sotto forma di una benemerita Fondazione.

Aver letto nel Suo articolo di qualche giorno fa quella volgare espressione “notoriamente omosessuale” ci ha colpiti e indignati, anche perché del tutto gratuita nell’economia del Suo articolo.

Boso era un uomo che, se avesse voluto rendere notorio un suo modo di essere, lo avrebbe fatto senza badare a compromessi, avendo la statura idonea per non preoccuparsene. E lo avrebbe fatto con la consueta eleganza.

Se non lo ha fatto, bisogna rispettare la sua volontà. Questo, solo questo: rispettare un uomo che tanto bene ha fatto alla sua città. Un uomo che ha sempre voluto tutelare la sua sfera intima, quale che fosse.

Con la presente volevamo solo manifestarle il nostro pensiero. Con quella scivolata, inutile e volgare, Ella ha fatto un pessimo servizio alla Città, al Suo giornale e al Suo personale decoro. Le persone come Boso Roi meritano, prima che la gratitudine, il rispetto.

Adele e Gianfrancesco Padoan

 

Anzitutto grazie per il tono piacevolmente garbato della Vostra lettera, una vera rarità al giorno d’oggi. Tuttavia spiace constatare come, nell’anno di grazia 2019, susciti ancora reazioni indignate definire qualcuno “omosessuale”. L’espressione, innocente sia nell’aggettivo che nell’avverbio, voleva dare un elemento conoscitivo a riprova della distanza fra il Boso Roi di cui non risultano particolari legami con la Chiesa, e la gestione della Fondazione che porta il suo nome, che negli anni successivi alla sua morte ha incluso per cooptazione esponenti della Diocesi (a cui oggi spetta addirittura un membro di diritto nel cda) e che ha visto pure finanziare il Museo Diocesano – e non i soli Musei Civici, come da sua volontà originaria. Una gestione, quella sotto la presidenza di Gianni Zonin, a cui dobbiamo gli esiti a tutti noti. Esiti, questi sì che disonorano la sua memoria, sui quali ci rammarichiamo di non aver ricevuto missive altrettanto traboccanti di vibrante sdegno. a.m.