Fiera del Centenario a Padova, c’é poco da festeggiare

Inizia l’evento per celebrare l’anniversario della prima esposizione dei Campioni. Storia di un’intuizione geniale del primo dopoguerra. Fino al declino di oggi

Si è aperta ieri a Padova la cosiddetta “Fiera Campionaria del Centenario”, a celebrazione della nascita nel 1919 – grazie al fondamentale ruolo giocato dalla Camera di Commercio, e in particolare dal suo poliedrico e preparato segretario generale Ettore Da Molin – della prima “Fiera dei Campioni” italiana. Strano anniversario, tuttavia. Innanzi tutto una ricorrenza ha senso se si celebra nelle date canoniche, ed allora essa doveva essere ricompresa nel periodo in cui quella prima fiera si svolse, ovvero dal 10 al 30 giugno o, in subordine, nella collocazione temporale ormai assunta da molti anni, nella parte centrale del mese di maggio.

Lo slittamento al 31 maggio-9 giugno testimonia infatti delle traversie che sta attraversando PadovaFiere, ancora priva di una solida guida e, soprattutto, di un piano industriale in grado di rimettere efficacemente sul mercato una attività espositiva impoverita dalla disastrosa gestione della multinazionale francese GL Events, cui gli enti proprietari (Comune, Camera di Commercio e Provincia si Padova) avevano improvvidamente ceduto la maggioranza azionaria, pur conservando – Padova Immobiliare Spa – sia la proprietà dei marchi che degli immobili. Né la Geo Spa, cui è stata provvisoriamente affidata la transizione, ha potuto in pochi mesi fare granché.
Ed è proprio il fatto che il piano industriale di rilancio sia di là da venire a rendere surreale il Centenario. Già, perché non c’è assolutamente nulla da celebrare, se non l’anniversario di una grande intuizione o, meglio, di un “sogno” subito svanito. Per capirlo basta rifarsi alla storia della Fiera euganea.

Padova – la “capitale al fronte”, come venne chiamata – all’indomani del 4 novembre 1918 era una città stremata: non tanto per i danni subiti, quanto perché la sua economia – quella dell’intermediazione agricola e zootecnica innanzitutto – era stata giocoforza stravolta dall’essere il centro euganeo cruciale retrovia dello sforzo bellico, e anche dal punto di vista sociale essa presentava non pochi elementi di sofferenza. La fine del conflitto aveva d’altro canto resa la città luogo strategico della smobilitazione, dato l’importante snodo ferroviario che in essa insisteva. Padova, comunque, aveva tratto anche vantaggi dalla presenza per oltre tre anni del comando militare e regio: non solo le attività di intermediazione erano state “drogate” dalle commesse per l’approvvigionamento delle truppe, ma l’immagine stessa della città era considerevolmente cresciuta grazie alle corrispondenze giornalistiche che l’avevano fatta conoscere a buona parte del paese.

L’idea di una “Fiera dei Campioni” nacque in parte da questa consapevolezza, e dall’idea di far fruttare il ruolo giuocato dalla città nell’emergenza della guerra patria. Le risorse che inevitabilmente sarebbero state riversate per la rinascita delle ex-terre irridente, potevano tradursi per Padova in una inaspettata opportunità. Da qui la spinta a scelte coerenti con tali aspettative. In verità, a una moderna esposizione commerciale gli ambienti economici cittadini stavano pensando da tempo, e in particolare vi lavorava da più di un decennio Ettore Da Molin. Proveniente da un mondo prettamente finanziario e mercantile, Da Molin – padovano di elezione ma veneziano per nascita – si era puntualmente documentato sulle più importanti esposizioni fieristiche europee: Parigi, Lione, e soprattutto Lipsia. In particolare, egli trovava una sorprendente analogia tra la posizione geografica di Lipsia, catalizzatrice di intensi traffici, e quella di Padova: antico centro di scambi, dotato di buoni mezzi di comunicazione, sia stradali che ferroviari, la città gli appariva l’interconnessione ideale tra i centri manifatturieri della pedemontana veneta e i mercati dell’Europa danubiana e balcanica. Ma nei suoi scenari entrava anche il ruolo, al momento solo in fieri, di ciò che il centro euganeo poteva diventare come terminale orientale delle reti distributive della grande industria dell’Italia nordoccidentale, sempre più vocata alla produzione di beni di consumo destinati all’utilizzatore finale. Nasceva da tali considerazioni l’idea di rendere Padova sito privilegiato della moderna intermediazione di merci.

Fu necessario attendere il dopoguerra perché una siffatta idea trovasse concretizzazione: in un contesto diverso, e per certi versi più favorevole dopo la conquista dei territori giuliano-istriani-dalmati, e tuttavia a partire da una economia locale che faticava a risollevarsi dopo la congiuntura bellica. I principali prodotti agricoli (frumento, granoturco, barbabietola da zucchero), che erano poi la forza dei traffici padovani, avevano subito una caduta di produzione in non poche zone vicina al 50%, mentre il patrimonio zootecnico era quasi azzerato causa le forniture di guerra. La pur limitata attività industriale risentiva di carenze (difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, cambi incerti, noli elevatissimi) simili al resto del paese, con una caduta della produzione che in provincia colpì in particolare le lavorazioni meccaniche (al 40% della potenzialità) e quelle chimiche, che erano poi quelle del rayon, contratte al 20% rispetto l’anteguerra.

La Fiera che Da Molin voleva realizzare doveva essere lo strumento per rivitalizzare l’economia postbellica, proponendola come luogo di incontro tra produttori e grandi mercanti, dove – sulla base dei “campioni” lì esposti – fosse possibile sviluppare le contrattazioni tra i diversi soggetti economici; ma non mancava in lui la convinzione che dal confronto tra le merci proposte nascessero stimoli per i produttori locali. In sostanza, la “Fiera di Campioni” doveva per Da Molin diventare una sorta di grande “ufficio di vendita” dei prodotti nazionali, da rinnovarsi annualmente come già avveniva per le fiere di Lipsia e di Lione. Ai primi di gennaio del 1919, egli aveva già coinvolto nel progetto il Comune, la Deputazione Provinciale, diverse associazioni cittadine, le banche locali, qualche imprenditore. Il ruolo-guida della Camera era testimoniato dall’assunzione da parte del suo presidente, Vittorio Fiorazzo, anche della presidenza del Comitato Promotore dell’iniziativa fieristica.

Obiettivo iniziale del Comitato fu il reperimento delle risorse necessarie alla organizzazione della manifestazione. Ovviamente la maggioranza dei contributi venne raccolta in ambito locale, anche se non mancarono le adesioni del Ministero di Agricoltura Industria e Commercio e del Ministero per le Terre Liberate. Pur non rilevanti economicamente, esse sottolineavano le aspettative che la Fiera destava in ambito nazionale, e rimarcavano la centralità che la città poteva assumere nei futuri scenari economici del paese. Articolata in diciotto sezioni merceologiche, la prima Fiera dei Campioni fu costretta a dividersi in tre siti distinti, tutti di fortuna, il principale dei quali – centralissimo – era la Sala della Ragione, a ridosso del Municipio.

Questa particolare situazione logistica, se peccava in funzionalità, ebbe tuttavia come effetto di dare alla città tutta il senso dell’evento: non un semplice e grande mercato popolare quale era l’antica Fiera del Santo, bensì convegno di produttori per la rinascita del paese. Così come era stata la capitale della guerra vittoriosa, essa si proponeva ora come promotrice degli scambi e quindi della ripresa produttiva. In sostanza, la Fiera dei Campioni diveniva – anche per essere la prima ad essere attivata nel paese – segno tangibile del grande progetto modernizzatore della città. Di lì a un anno, il varo della Fiera Campionaria milanese doveva infrangere, grazie al forte sostegno degli imprenditori del capoluogo lombardo, l’idea di Padova quale catalizzatrice degli scambi nazionali, e tuttavia la primogenitura contribuì per almeno un decennio ad alimentare l’orgoglio cittadino, cui concorse anche il ridisegnarsi della funzione mercantile della città, con il notevole impulso che assunse l’intermediazione grossista, con il suo graduale spostarsi dalla prevalente intermediazione di derrate agricole e di animali a quella dei prodotti industriali.

Il successo, comunque, arrise alla manifestazione fieristica di quel 1919. Furono oltre seicento le aziende presenti alla rassegna, di cui 21 straniere: risultato invero modesto, quest’ultimo, e tuttavia vissuto dagli organizzatori come il segnale che la scelta era quella giusta, e che davvero Padova poteva svolgere il ruolo di ponte tra l’Italia e l’Europa centro-danubiana. La categoria merceologica più rappresentata fu quella della meccanica, con circa il 19% delle ditte, seguita dalle imprese tessili e da quelle alimentari. Se dal punto di vista geografico, buona parte delle ditte espositrici proveniva dall’area milanese, il giro d’affari che la rassegna originò (poco meno di 140 milioni di lire gli ordinativi sottoscritti) coinvolse operatori di buona parte del Nord Italia, ma anche della vicina Austria e dell’area balcanica.

La Fiera ebbe anche un soddisfacente risultato dal punto di vista della sua gestione economica. Tanto da convincere alcuni degli enti promotori a lavorare alla costituzione di una società anonima finalizzata a garantire il futuro della rassegna. La scelta dello strumento dell’anonima doveva non solo permettere l’adesione accanto agli enti pubblici dei più svariati operatori economici (in primis produttori e grossisti), ma soprattutto sottrarre la gestione delle successive edizioni alle rigidità burocratiche che una struttura pubblica avrebbe inevitabilmente comportato.

Pur mortificata nelle sue ambizioni nazionali, la Fiera di Padova fu motore di una trasformazione radicale del ceto mercantile cittadino, che proprio da essa trasse alimento – anche grazie l’innesto nel preesistente assetto intermediativo di energie nuove – per una sua diversa qualificazione. Se la città perse infatti la sfida di divenire il polo fieristico italiano, essa riuscì comunque a ritagliarsi un ruolo non secondario nella moderna distribuzione grossista del paese. Negli anni del “miracolo economico”, la Fiera padovana si caratterizzò come la più importante fiera interregionale del paese, offrendo ribalta alla vivace intraprendenza imprenditoriale dell’area nordorientale del paese, arricchendosi di esposizioni specialistiche, via via declinando fino a ridursi con LG Events sempre meno a luogo di scambio tra produttori e intermediatori grossisti e sempre più a una sorta di caotico “suq” arabo, dove la maggior parte degli espositori, spesso nemmeno produttori, vendevano le loro merci al consumatore finale. Il che, ovviamente, costituiva la negazione stessa di ciò che è una Fiera Campionaria.

No, questo Centenario non è una festa, bensì la celebrazione della sconfitta di una grande intuizione. Non resta che attendere quel piano industriale, più volte promesso, ahimè.

(ph. Padova Fiere)