Serie A, il sogno del Cittadella

Quello della famiglia Gabrielli è un club modello: perdite contenute, economicità di gestione, fiducia nei collaboratori

Comunque andrà a finire, il Cittadella la Serie A la meriterebbe. Perché la prima storica promozione dei granata nella massima serie sarebbe un premio più che meritato per una piccola società che, a dispetto delle dimensioni del contesto in cui opera (città: 20.000 abitanti; stadio: 7.623 posti; pubblico: poco più di 4.000 spettatori in media), è riuscita a crescere anno dopo anno fino ad arrivare a disputare contro l’Hellas Verona le finali dei play off del campionato cadetto.

Non ha nemmeno una lunga storia alle spalle il Cittadella, che è nato solo 46 anni fa (nel 1973) dalla fusione fra due società locali, la Cittadellese e l’Olimpia, voluta dal presidente di quest’ultima, Angelo Gabrielli, per far fronte ai debiti che penalizzavano entrambe. Prima di parlare di Gabrielli, personaggio centrale e fondativo del club, val la pena di raccontare la classica storia di paese che contrapponeva le due società. La Cittadellese infatti era la squadra «dei comunisti», l’Olimpia invece «quella dei preti». Ricorda molto la rivalità letteraria tra la Dinamo di Peppone e la Gagliarda di Don Camillo. Non fu per nulla facile nei primi tempi far convivere le due tifoserie politicamente contrapposte. Ma Angelo Gabrielli ci riuscì.

Il primo presidente del nuovo Cittadella è stato un grande industriale, ha fondato nel 1954 la Siderurgica Gabrielli (oggi si chiama Gabrielli s.p.a.) portandola ad essere il secondo gruppo siderurgico italiano, 1.300 dipendenti e un fatturato di 800 milioni. È stato insomma (è mancato giusto dieci anni fa, nel 2009) uno dei tipici imprenditori veneti di successo.

Angelo Gabrielli è stato anche un appassionato di calcio e il Cittadella è tuttora proprietà della sua famiglia. Presidente per vent’anni, dalla fondazione all’86 e poi dal 2002 al 2009, ha portato il club granata dalla Promozione ai Professionisti (il salto in C2 risale al 1989, al ’98 quello in Serie C1 e a due anni dopo la prima in B).

Oltre che un grande presidente, il capostipite dei Gabrielli è stato anche un uomo che ha portato nel calcio i suoi principi, la sua etica. Merce rara nel nostro football. Prima di tutto ha creduto negli uomini, dirigenti allenatori e giocatori. Come Claudio Foscarini, il tecnico che è rimasto sulla panchina granata per dieci anni (2005-2015), a prescindere dai risultati. Oppure come il dg Stefano Marchetti, un ex calciatore originario di Fontaniva (un piccolo centro alle porte di Cittadella), da un decennio in forza al club, della cui crescita è considerato il vero artefice.

Un altro principio su cui il fondatore ha improntato il profilo del Cittadella è la economicità della gestione. Mica facile, considerati i parametri di riferimento della categoria e quelli specifici della società, conciliare i ricavi con i costi. L’utile è ovviamente un obbiettivo impossibile ma il contenimento delle perdite invece sì. Nella stagione 2016-2017 il bilancio si è chiuso con una perdita di solo 1.338 milioni, quasi un miracolo. E i bilanci granata non sono taroccati né gonfiati da plusvalenze.

Come scrive Il Foglio, il Cittadella è una «società bene organizzata, risultati positivi, un settore giovanile con sedici squadre, oltre a cinque femminili. Un monte-stipendi che arriva a tre milioni, con i premi, e ingaggi al massimo di 80.000 euro netti, dati a giocatori scelti anche guardando alle qualità umane e che abbiano il senso di appartenenza». Con questa formula è da dieci anni in Serie B (una sola retrocessione in Lega Pro nel 2015) e, negli ultimi quattro campionati, è sempre riuscito a qualificarsi ai play off, arrivando nel 2018 alle semifinali e quest’anno alle finali.

La promozione in Serie A porterebbe ben altre risorse nelle casse sociali e ci mancherebbe… Il Cittadella, così com’è, sarebbe sottodimensionato per la categoria pur avendo in squadra alcuni giocatori che potrebbero essere all’altezza di un impegno in cui l’attaccamento e la serietà non sono qualità sufficienti. E non c’è da dubitare che i Gabrielli confermerebbero in panchina Roberto Venturato, un allenatore che ha un profilo che corrisponde al modello Cittadella. Ha smesso di fare il promotore finanziario solo nel 2016, quando i granata (che guidava dal campionato precedente) sono risaliti in Serie B. È lui l’artefice dell’upgrade tecnico della squadra, valorizzando per di più solo giocatori italiani. «Difficile cercare stranieri -spiega Stefano Marchetti-, prendiamo quelli che sono già in Italia». Come Christian Kouamé, ivoriano, riscattato dall’Inter e rivenduto al Genoa l’anno scorso per 5 milioni o Davide Diaw, il goleador della finale di andata dei play off, friulano di Cividale di origini senegalesi, che fino a due anni fa lavorava come magazziniere.

Il solo problema che avrebbe il «Citta» in Serie A è lo stadio. Problema vecchio. Il Tombolato non ha la capienza richiesta, emigrare sarebbe inevitabile. Ma dove? L’Euganeo di Padova sembrerebbe la scelta obbligata. Il Cittadella ci ha già giocato per due campionati di B, dal 2000 al 2002, e nell’occasione aveva anche modificato la denominazione in Cittadella-Padova, approfittando della crisi dei biancoscudati, finiti in C2, e tentando un trapianto poi abortito. Altra migrazione, anche se solo per pochi mesi, c’è stata all’inizio della stagione 2008-2009, all’Omobono Tenni di Treviso. Una soluzione oggi impraticabile per le condizioni di degrado in cui versa l’impianto trevigiano.

(ph. Wikipedia)