Barnard: «con internet non è più possibile fare giornalismo»

Il giornalista e reporter Paolo Barnard in un intervento sul suo blog annuncia che lascia il mondo del giornalismo perché al giorno d’oggi quello del giornalista è a suo dire un lavoro che non è più possibile svolgere. «Non mi è più possibile essere giornalista – scrive -. In primo luogo il mio lavoro è stato devastato dal Facebook-journalism e dal Twitter-journalism, due tumori del mestiere che ricadono sotto l’ombrello del Google-journalism. Oggi chiunque dal pc può infarcirsi di Google search, poi sparare “giornalismo” nel web, social o persino sui quotidiani online e reclamare competenza e celebrità. Il risultato è un’iperinflazione da Weimar di grotteschi personaggi auto proclamatisi “esperti” o commentatori, esaltati semi-giornalisti, con al seguito decine di migliaia di “factoids” sparati ogni ora e 24/7, in un impazzimento fuori controllo. Tragicamente, hanno masse crescenti di pubblico stolto al seguito, che proclama “ecco la verità!”. Questo non sarà mai giornalismo».

«Io nacqui come giornalista e reporter negli anni’80 – prosegue Barnard – , mi consolidai negli anni ’90 a “Report”, e nella mia vita ho prodotto vero giornalismo. Cos’è il giornalismo? Necessita di un editore in primo luogo, radio Tv o stampa; il giornalista deve essere pagato; il giornalista deve avere i mezzi finanziari per viaggiare, indagare, e attendere se necessario. Queste sono le tre basi elementari e indispensabili per qualsiasi tipo di giornalismo. Il resto è una truffa. Il mio maggior libro, che fu il Longest-Seller e il Best-Seller della collana Rizzoli che lo pubblicò, richiese 4 mesi di viaggi, quasi 25.000 euro di spese vive, e quasi un anno per la pubblicazione. Ridursi al crowdfunding è inaccettabile. Il giornalista non può essere una “one man band” dove con una mano suoni la chitarra, con l’altra la batteria, col piede sinistro stai in piedi e col destro tieni in bilico il cappello per l’elemosina. In quelle stupide condizioni è impossibile produrre nulla di valido, e infatti un’analisi profonda persino dei maggiori esempi internazionali (Democracy Now!, The Intercept…) mostra lavori instabili e fallati, ma peggio: costretti alla partigianeria per compiacere i donatori, che se no se ne vanno. Di nuovo- conclude -: questo non sarà mai giornalismo». (t.d.b.)

 

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