“Il fiume degli spiriti” di Fusi: un romanzo riuscito a metà

Nella seconda parte l’autore dimostra coraggio e la narrazione prende ritmo. Peccato per le prime pagine troppo didascaliche

Sono molteplici gli elementi che influiscono sulla buona riuscita di un romanzo. Banalmente e in estrema sintesi, la forma e il contenuto. Soprattutto una certa forma, dato un certo contenuto; insomma, che il linguaggio sia commisurato all’argomento e, in particolare, ai personaggi – meglio non farli parlare tutti allo stesso modo, a fronte di gradi di cultura molto diversi tra loro, ecc. Poi, naturalmente, ogni singolo caso va giudicato indipendentemente. Un romanzo di avventure, uno di intrattenimento, o un’opera impegnata non possono essere valutati con gli stessi occhi – forse neppure dallo stesso occhio!

Sta di fatto che ci sono certo poche opere che si discostano dalle solite trame assurde, o troppo sciocche. Quasi nessun autore, poi, in questo clima nauseabondo di politicamente corretto, si dimostra anche solo vagamente coraggioso, ardito nelle prospettive, capace di aggredire il mondo contemporaneo. Rarissimo esempio in tal senso è il testo di Emanuele Fusi, “Il fiume degli spiriti”, Idrovolante Edizioni 2019. Il libro è la storia di Giulio, un ragazzo di Prato, dalla vita più o meno stabile sul piano economico, quanto insoddisfacente sul versante esistenziale. Una relazione finita male, un lavoro certo non esaltante e comunque non ben retribuito, un incedere tra i giorni che procede unicamente per inerzia, e sprazzi di consapevolezza in cui l’assoluta assurdità dell’Occidente gli si palesa di volta in volta sempre più intollerabile. È per questo che il giovane uomo decide di mollare tutto per un po’ e, lasciandosi andare al piacere della deriva, prendere un aereo per il Laos, nel sud-est asiatico.

Lì Giulio entrerà in contatto con un’umanità folle e vorticosa che lo risucchierà in una serie di incontri e avventure travolgenti, facendolo finalmente sentire vivo – o meglio facendogli finalmente sperimentare la vita al suo zenit e nel suo inferno. A fronte di ciò, non si può passare sotto silenzio che il testo comincia in tono minore, vagamente sciatto. Tutto ciò che viene detto, tutte le riflessioni che si affastellano, nell’ottica di una narrativa di contenuti di cui Houellebecq è maestro, sono sacrosante – almeno da un certo punto di vista. Però, per quel che riguarda la prima metà del romanzo, ciò non è bastevole e si sente l’assenza di quel guizzo stilistico, il vertice della pagina che giustifichi le righe precedenti. Viene sì detto tutto, ma lo si potrebbe fare con una verve diversa, con un tono più vario nella sua gamma, come in una canzone, mentre molte volte la prosa si attesta su una scorrevolezza monocorde.

Altro punto dolente, per quanto sopportabile, sono certi passaggi in cui il narratore, cercando di ragguagliare il lettore su quel mondo del sud-est asiatico così lontano dal suo, rischia sempre la caduta nel didascalismo da guida turistica. In tal senso, non lo si può nascondere, è difficile dare forma narrativa a intermezzi storici, così come ad ampi passaggi filosofici che abbondano tra le pagine, ma è proprio ciò che segna la differenza tra un grande romanziere e un saggista insipido. Verso la metà, il libro acquisisce un nuovo ritmo. La prosa rimane tersa e l’intreccio si fa più avvincente, il ritmo incalzante. Peccato perché ciò che viene prima risulta a paragone molto più lento e incapace di trasmettere tutto il pathos drammatico utile a veicolare i concetti.

Certo, comunque, Emanuele Fusi avrebbe sulla scrivania tutti gli elementi per comporre un ottimo romanzo. Il coraggio per dire l’indicibile non gli manca, come la faccia tosta per sbattere in faccia al lettore le verità che i suoi colleghi presenti al Salone del Libro non confesseranno mai per paura di rendersi inaccettabili. Ma un’opera che voglia dirsi tale deve sempre risultare indigeribile, insopportabile come una frustata sulla pelle. Ecco, all’autore manca solo di trovare il modo per rendere, con le parole, tutto questo unico.