Baby gang a Venezia, la ferocia di ragazzi normali troppo normali

L’alcol e la noia non bastano per spiegare la violenza di giovani tutti benestanti. E la repressione, senza riflessione, non funzionerà

Cominciamo dai fatti: tre differenti baby gang, composte da ragazzi dai 14 ai 18 anni, tutti italiani tranne un elemento di origine moldave, sono state arrestate per rapina, pestaggio, spaccio, furto e devastazione del liceo Guggenheim, nonché di garage privati e perfino auto della polizia municipale. I delitti sono avvenuti fra il centro di Venezia e Mestre, i ragazzi coinvolti negli episodi sono circa una trentina, residenti a Mestre e Venezia centro tranne un elemento proveniente da Treviso. Il primo particolare interessante della vicenda è che le 3 bande individuate dalle forze dell’ordine non sono gang in senso stretto: i membri delle varie bande si conoscevano e mischiavano, compiendo talvolta i delitti assieme.

Nessuna rivalità per il controllo del territorio: l’appartenere tutti alla stessa generazione era un patto di sangue capace di evitare ogni conflitto. L’altro dato che emerge dai verbali e dagli interrogatori è l’assenza di ogni motivazione economica: i ragazzi sono tutti benestanti, i furti venivano compiuti per “noia“, comprese le rapine culminate in pestaggi. Assente perfino la motivazione del prestigio social, centrale per molte altre baby gang da Padova fino a Napoli: solo uno dei membri ha postato una foto che lo ritraeva al liceo Guggenheim mentre lo vandalizzava. Questi elementi rendono difficile individuare un vero movente, tanto che il sindaco Brugnaro si è sbilanciato dando la colpa all’alcool, giustificazione adottata anche da alcuni dei rei per scaricare il peso delle colpe. Seguirà quindi un annunciato giro di vite sulla vendita di alcolici ai minorenni, nonché le immancabili promesse sulla maggiore vigilanza nelle scuole per intercettare il disagio prima che si manifesti in azioni violente.

Inutile dire che l’alcool qui è un paravento, una pezza trovata dagli adulti e adottata dai ragazzi per dare una ragione vagamente plausibile ad una serie di atti feroci senza vero movente. La noia – tirata in ballo da alcuni commentatori in alternativa all’alcool – sembra dirci qualcosa in più, ma ad un’attenta riflessione anche questa appare l’ennesima foglia di fico, buona per evitare di farci ulteriori e scomode domande. La verità è che questi atti ci colpiscono appunto perché immotivati, ferocia barbara perpetrata da giovani provenienti dalla classe benestante, senza alcuno scopo, nemmeno quello di dare inizio ad una carriera di criminali di strada.

E’ proprio quest’assenza di scopo ad aver progressivamente portato i giovani ad alzare il tiro colpendo le auto della polizia e arrivando persino a rapinare un minimarket a Mestre. Questa è una novità per il nostro territorio: colpire simboli delle autorità ed esercizi commerciali non era finora una prassi delle bande di ragazzini. Con questi atti i 3 gruppi appena sgominati hanno varcato un confine tacito e inviolabile per altre gang venete: evitare di sfidare direttamente le forze dell’ordine e non violare la proprietà privata, poco importa se questa è rappresentata da negozi o abitazioni private.

A nostro avviso questo è un fenomeno preoccupante, che non si può liquidare con l’immancabile repressione e i buoni propositi per il futuro. Non lo si può fare per due motivi: la sfida lanciata alle istituzioni è diretta, la mancanza di un adeguato interrogarsi delle istituzioni stesse e dei genitori (e solo in ultimo dei ragazzini) indica come persino gli adulti non trovino particolarmente strano questo improvviso travalicamento di confini.

Chiudiamo con quello che può sembrare un dettaglio, ma per noi è quel che più assomiglia ad una possibile spiegazione dei fatti: durante la perquisizione nell’abitazione di uno dei rei è stato ritrovato un tirapugni usato per due pestaggi e un passamontagna, elementi che indicano come per questi ragazzi non fosse un gioco o uno sbandamento momentaneo, ma un rituale… e come ogni rituale, è il suo stesso ripetersi radunando una comunità che lo celebra ad essere un motivo sufficiente per celebrarlo nuovamente, mantenendo così unita la comunità. Questi ragazzi avevano creato un cerchio di violenza, e non volevano fosse spezzato. Chiediamoci con urgenza il perché.

(ph. Benedek Alpar – Shutterstock)