Grandi Navi, gli ipocriti scelgano: o il business o Venezia

Al di là dei penosi rimpalli di responsabilità, il fondo della questione è chiaro: il bene pubblico dovrebbe avere il primato sugli interessi privati. Invece sono anni che si fa solo una gran sceneggiata

Marghera, Chioggia, terminal offshore, transito per il Canale dei petroli o, visto che ci siamo, per il canale di Suez: anni e anni di progetti, di parole, di promesse, di mancate decisioni. Di ipocrisie. Oggi, dopo che si è materializzato l’incubo di quei veneziani che a distanza di un quarantennio pubblicano almeno un paio di volte l’anno lo schianto della portacontainers Afros sulla riva della Biennale ai giardini di Castello (era il 31 maggio 1980), perfino coloro che fino a ieri erano tutto un giacca-cravatta-economia e mainstream accennano a travestirsi da barricaderi e invocano l’espulsione delle Grandi Navi dal bacino di San Marco, anzi dalla laguna.

Ma l’odore di ipocrisia è forte: posizionamenti di facciata nella speranza-certezza che le acque si plachino in questa città che, in nome del guadagno, digerisce ogni genere di monnezza. E se ci saranno i soliti vecchi barricaderi dei centri sociali a protestare con i loro mini blocchi navali, tanto meglio: il solito canovaccio dell’inciviltà contestataria che supera quella dei mostri galleggianti è già pronto per essere servito. Trasformismi e barricate a parte, dopo l’incidente della Msc Opera ed interi lustri trascorsi tra eterni galleggiamenti e rimpalli, il problema epocale che emerge inequivocabilmente con questo nuovo episodio della saga grandi navi è legato alla debolezza della politica, al suo essere completamente prona e dunque complice con chi tira le redini degli interessi economici legati al turismo.

Di governo in governo Venezia ha assistito alla passerella degli annunci salvifici. L’ultimo, quello del novembre 2017 con la soluzione dell’adeguamento del canale Vittorio Emanuele con approdo a Marghera. Peccato che oggi, continuando la scia dei rimpalli, il ministro Toninelli dica che non c’è traccia del progetto e che il trio Salvini-Zaia-Brugnaro scarichi sul pentastellato tutte le colpe possibili, risalendo a ritroso fino al varo dell’arca di Noè. In quest’epoca della politica dominata dalla assenza della mediazione, del tutto bianco-bianco o nero-nero, l’incidente della Msc cade a pennello e fa cadere a maggior ragione ogni alibi. Il tempo della lagnosa tiritera sulla necessità di trovare (virgolettiamo, tanto la solfa è la stessa da lustri)“una sintesi tra la tutela ambientale e il mantenimento in vita di comparti fondamentali per l’economia locale” si è dimostrata un cavallo di troia utile a far melina e a difendere solamente l’economia: quella mainstream degli armatori e quella altrettanto potente degli evasori fiscali spennaturisti che attendono sbarchi del valore di circa 300 milioni di euro all’anno. Il tutto, ovviamente, a discapito di ogni minima tutela ambientale e sanitaria.

E’ o non è questo il tempo della politica con le palle e delle scelte secche? La si smetta allora di raccontare la favola di comodo della mediazione, comoda pure anche a chi sta in questo momento all’opposizione di questo governo sull’orlo della caduta (svolta perfetta per continuare la melina Grandi Navi). Perché spazio di mediazione non ce n’è: o si difende l’economia oppure si difende fisicamente la città. Grandi Navi? O dentro o fuori. O si ascoltano le sirene di chi guadagna dalle crociere, con tutti gli annessi e connessi, oppure si rappresentano fino in fondo le istanze di chi chiede vivibilità. E’ attorno a questo bianco o nero e all’avvento vero di una politica senza mascheramenti che va affrontata l’emergenza Grandi Navi e che è doveroso misurarsi anche in vista delle elezioni amministrative 2020. La nascita di un blocco politico no Grandi Navi, sganciato dalle complicità economiche, che vada oltre i soliti barricaderi e che diventi a suo modo mainstream è, in questo senso, l’unica chance di salvezza fisica della città e della sua laguna. In alternativa vinceranno le sirene del guadagno. Comprese quelle lugubri di pre-schianto.

(ph: screenshot del film Wolf of Wall Street)