Di Carlo al Vicenza, scelta giusta. Ora però Rosso cambi atteggiamento

Mimmo va difeso e sostenuto: con un mercato importante, dandogli fiducia e soprattutto tempo. E i tifosi non gli devono rompere le scatole al bar se perde una partita

Anche la seconda mossa di Renzo Rosso sembra centrata. Forse più della prima. Gli uomini nuovi per la stagione 2019-2020, il ds Giuseppe Magalini e il nuovo allenatore Domenico Di Carlo, sono arrivati e sono stati presentati nel giro di pochi giorni. Perché meglio Mimmo che il nuovo direttore dell’area tecnica? La scelta di Magalini non ha scaldato i cuori dei tifosi, il suo profilo non è quello di un dirigente di primo piano ed è macchiato dalla sospensione di tre anni e tre mesi (poi dimezzata e di cui peraltro si dichiara vittima innocente) per una vicenda di calcio scommesse. Per di più è veronese e ai supporter vicentini questo dettaglio anagrafico non è proprio gradito.

Si pensava che Magalini fosse stato assunto con funzione di Cavallo di Troia per arrivare a Di Carlo, il tecnico con cui ha collaborato per quattro anni al Mantova, portandolo dalla C2 alla B e sfiorando la promozione in Serie A, mancata perdendo la finale dei playoff del campionato 2005-2006. Ma in conferenza stampa, dopo la spettacolare presentazione allo Stadio Menti, Di Carlo ha tolto ogni dubbio: «sono stato io a forzare la situazione con il Vicenza -ha raccontato Mimmo-, avevo troppa voglia di tornare». Insomma non c’è stato bisogno di Magalini per agganciare l’ex allenatore del Chievo, che evidentemente era già tornato in riva al Bacchiglione prima ancora di finire il campionato a Verona.

Esclusi quindi suoi meriti nella scelta del tecnico, sul ds per ora non si può esprimere alcun giudizio, si vedrà alla chiusura del mercato estivo. Sicuramente si può contare sul comune passato dei due: quattro intere stagioni di lavoro insieme, due promozioni consecutive e una Serie A fallita all’ultima tappa, anche se sono passati più di dieci anni, sono un buon punto di partenza, anzi di ripartenza.

Il coup de théâtre, quello che ha fatto impazzire i delusi tifosi del Vicenza, è stato piuttosto l’ingaggio di Domenico Di Carlo. L’ex-mediano della squadra biancorossa, portato da Pino Caramanno, forgiato da Renzo Ulivieri, esaltato infine da Francesco Guidolin, è il profilo perfetto dell’allenatore «con le palle» tanto desiderato dalla piazza per dare finalmente una fisionomia vincente al team dopo anni di partite mosce, di campionati abortiti già a dicembre, di giocatori non propriamente votati a sputare sangue per la maglia.

Mimmo invece è stato un giocatore proprio così, attaccato alla maglia, uno che non mollava mai, magari non un fenomeno sul piano tecnico ma senz’altro sì su quello agonistico. Per questo è considerato lui l’uomo-simbolo della squadra che ha vinto la Coppa Italia nel 1997 ed è arrivata alle semifinali di Coppa delle Coppe l’anno dopo, una squadra in cui non c’erano campioni ma veri uomini sì.

E proprio Di Carlo e l’altro senatore Fabio Viviani ne erano la guida, il riferimento. Se qualche compagno non si adeguava all’«uno per tutti, tutti per uno», vera chiave dei successi della gestione Guidolin, erano loro due che li mettevano in riga, spiegandogli un paio di cosette. I tifosi lo sanno, lo ricordano e sono certi che Di Carlo impronterà il suo Vicenza a questo modello umano-sportivo, ricreando il senso di appartenenza, la affinità con il passato, la sintonia con il pubblico del Menti.

Sotto questo profilo Mimmo ha un altro grande vantaggio rispetto ad un allenatore che non è mai stato a Vicenza. Lui è «uno di noi», come intona la Curva Sud, conosce ed è conosciuto da tutti non solo in campo ma anche in città, visto che ci vive da trent’anni. Gode insomma della sconfinata fiducia dei tifosi, che si augurano possa diventare a sua volta uno dei grandi allenatori della storia del Vicenza accanto a G.B. Fabbri e a Guidolin.

In fondo ai tifosi basta avere finalmente una squadra che si batta «fino al 95’ sia in casa che in trasferta», come ha promesso Di Carlo, e se poi arrivano anche i risultati e magari anche subito, tanto meglio. Sennò i vicentini hanno molta pazienza. Prendere Di Carlo e legarlo con un contratto triennale comporta però un bell’impegno sia per la società che per i tifosi. Oltre a tutto il resto, è un allenatore di Serie A che ha accettato di scendere due gradini e di mettersi in gioco in Serie C solo per amore dei colori biancorossi. Un uomo e un professionista così va rispettato e difeso: bisogna mettergli a disposizione una squadra all’altezza di vincere il campionato, non solo di arrivare ai primissimi posti playoff. Bisogna sostenerlo, sempre e comunque, a prescindere dai risultati. Bisogna che i tifosi non gli rompano le scatole per strada o al bar se perde una partita e lo lascino lavorare con tranquillità.

Uno come Mimmo Di Carlo non lo puoi esonerare, perché fa parte del tuo progetto e questo progetto si sa come e dove dovrebbe concludersi, anche se non se ne conosce la durata. Se scegli Di Carlo come l’allenatore che realizza il tuo programma, non puoi nemmeno criticarlo perché, se lo fai, vuol dire che sei tu che hai sbagliato una scelta centrale.

Questo è un punto fondamentale per il futuro: Rosso è considerato un presidente “mangia allenatori”, ne ha cambiati 18 in 15 stagioni fra i professionisti. Ora deve cambiare abitudini, prendere esempio dal Cittadella, che ha tenuto in panchina dieci anni Foscarini. Nel calcio non si può applicare la regola del business secondo cui, quando un dirigente non funziona, lo si cambia. Di Carlo a Vicenza non si tocca.

(ph: lr vicenza)