“Lettere non spedite” di Cardarelli: grandezza e miserie di un poeta

La raccolta permette di conoscere meglio la vita del Leopardi del ‘900. Che sapeva essere poetico anche nella quotidianità

“La pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite”: così cantava Francesco Guccini, in uno dei suoi brani più poetici, “Quello che non”. E, per fortuna, ancora qualcuno ascolta i suoi pezzi e forse riconosce anche il dono lirico – sempre al limite della poesia – del cantautore emiliano. Molto meno probabile purtroppo è che giovani e meno giovani leggano quel gran genio del verso che è stato Vincenzo Cardarelli, il Leopardi del ’900, malgrado in altri tempi il volume contenente la sua unica raccolta di poesie sia stato ben venduto, quasi come “le novelle” del periodo dice lui. Ancora meno probabile è che frequentino i suoi testi meno noti, come “Solitario in Arcadia”, o “Il sole a picco”.

Il poeta di Tarquinia ha scritto e pubblicato pochissimi versi in vita ma, si potrebbe dire, non ne ha sbagliato uno. Mai una sciatteria, una virgola buttata lì, una parola discutibile. Ma non è solo per le sue stupende liriche che Cardarelli andrebbe letto. Tutta la sua opera è essenziale, persino quelle “Lettere non spedite” che si trovano per esempio nella vecchissima raccolta “Tutte le opere”, pubblicata da Mondadori e oramai irreperibile, o nella selezione contenuta nel Meridiano (a cura di Clelia Martignoni). Se la vita di un artista non deve mai essere messa in parallelo con la sua arte – pena far pesare il giudizio riguardo all’uomo sull’opera –, è altresì vero che la stessa esistenza di questo può avere i suoi vertici artistici. Per esempio, leggendo le epistole di Cardarelli ci si rende conto che, pur nella semplicità delle comunicazioni quotidiane – perché molte sono unicamente comunicazioni private di un tempo in cui i telefoni erano poco diffusi –, lo scrittore riesce spesso a essere poeticissimo e a seminare perle per la gioia dei suoi interlocutori. Lo si nota fin dalla prima in cui, ringraziando un amico per una bottiglia di Cognac francese gentilmente recapitatagli, egli descrive l’oggetto come avente «una pancia grossa e il collo esile come una guglia gotica».

Sono bellissime anche le comunicazioni con gli editori, Bompiani in primis, in cui, tra richieste di rendiconti, anticipi, e altre tristi faccende che certo poco si attagliano all’immagine che di solito ci facciamo dei poeti, ecco che lui riesce comunque a muovere considerazioni di singolare profondità che sempre riscattano la lettera dalla sua mera valenza funzionale («Vedo riportata una mia frase tolta da un’intervista: “questo libro per me equivale a rinnovare l’abbonamento alla vita”, a dire il vero, formulato così, il mio pensiero diventa piuttosto pretenzioso […] Io dissi che si lavora, in fondo, non per altro che per giustificare la propria esistenza e che fare un libro, per me, equivale a rinnovare l’abbonamento alla vita. Non parlo di questo libro, ma di tutti i miei libri, della mia attività letteraria in genere”).

Quest’uomo, che non fa altro che lamentarsi a ogni incipit di non riuscire più a scrivere, di essere stanco, vecchio, logorato nel corpo e nell’anima, ha poi la capacità di inserire, con sofisticatissima ironia, stilettate di un umorismo mai sguaiato, sempre utili a comprendere cosa effettivamente sia poesia e cosa no: «i tipografi del nord […] il loro zelo è tanto che arrivano a permettersi anche di correggere. E sempre in senso impoetico, cioè “ragionato”». Per il resto, queste missive svelano tanti aspetti – piccole miserie, soprattutto – dell’essere poeta. A quanto pare, saputo di una recensione negativa che comparirà su una certa rivista, Cardarelli si attiva con un amico per non farla pubblicare: «da una parte non vorrei commettere una scortesia, dall’altra non vorrei aver l’aria di raccomandarmi a nessuno, pure apprezzando le intenzioni del critico e l’importanza, dal punto di vista pubblicitario, del suo giornale». E, insomma, altro che se si raccomanda e chiede più di una volta il favore di una menzione!

E, quando riesce a mettersi in contatto con un critico che ha espresso opinioni negative sul suo volume di poesie, gli fa, a ragione, una bella lavata di capo: «se io sono qualche volta stonato (a me veramente non pare) i critici di oggi sono spesso atoni ed è molto difficile per un povero autore sapere con certezza quello che pensano di lui. Sono io poeta, egregio B., o non lo sono? È questo che avrei desiderato conoscere dal vostro scritto». Parole da stampare nella redazione di tanti giornali, alla sezione Cultura, sperando che qualcuno ne tenga conto, prima di scrivere certi deliri che si leggono in giro di tanti presunti grandi intenditori di letteratura.

Ci sono infine le lettere alle ammiratrici-lettrici che Cardarelli lusinga con garbo, timidezza e una velatissima forma di erotismo misto a una curiosità dolce e discreta («E ora, cara Signorina, sarebbe troppo bello potervi dire quello che io penso di voi e il piacere che mi ha dato conoscervi. Tanto bello che ci rinuncio senz’altro. Se fossi un po’ più ardito vi pregherei di scrivermi qualche volta ma non ne ho il coraggio»). Manda loro libri, le chiama castamente “Signora”, o “Signorina”, e le invita a perseguire la virtù e l’onestà. Ma è forse nella parte finale, in particolare in una lettera indirizzata a una fidanzata ormai perduta, che il poeta di “Alla deriva” tocca il suo zenit, in una delle più belle epistole d’amore che si siano mai viste: «è triste pensare che d’ora innanzi la mia dignità consisterà nel non cercarti più, nell’incontrarti come se non t’avessi mai conosciuta […] Non riesco a dirti quel che vorrei. Sono troppo stanco. Ti voglio bene, ti amo, non ti dimenticherò mai, perché ti ho conosciuta capace di atti sublimi. E forse la tua sublimità è in rapporto diretto con il disprezzo che hai di te stessa e quindi con le cose deplorevoli che puoi commettere. Sicché tutti i miei consigli e rimproveri sono inutili e ingiustificati. Puoi comunque spiegarteli come un’irragionevole protesta del mio cuore. Non mi tradire troppo».

Ed è struggente vedere come lo scrittore sia conscio di un destino ineluttabile («se cerchiamo la beatitudine in questo mondo, con quale diritto aspiriamo al Paradiso? L’essere felici, credete pure, è un peccato»), e del suo intimo legame con l’attività, o forse sarebbe meglio dire la possibilità del riscatto artistico: «e non scriverò lettere impacciate e puerili a una bambina letterariamente assai schizzinosa. Affronterò il foglio senza scrupoli e senza timori, cancellerò, tormenterò le parole e le frasi fino a scoprirvi quello che cerco e che sta nascosto bene in fondo. Nel segreto della mia solitudine questi segnacci mi ubbidiranno».

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