Ultrà di Pedemontana, Moretti e Di Carlo, mi state sul carro (del vincitore)

Tre estratti della quotidiana dose di retorica trionfalistica che i media ammanniscono all’opinione pubblica veneta

Quello che ci sta sul carro, a noi che preferiamo restare a terra, non è vedere servi e mediocri saltare col vincitore: sono proprio le cazzate che dicono e, soprattutto, quelle che dicevano fino a dieci minuti prima. Sul carro di queste settimane salgono a testa altissima tre categorie: gli industriali innamorati di Salvini; gli adulatori della Moretti; e i “Di Carlo pensaci tu”. Tutti caratterizzati da fantastiche visioni sul futuro ma memorie da ameba sul passato. Proviamo a rinfrescarla, almeno a noi.

L’ITALIA DA FARE. SCHIFO
Dunque Salvini taglia assieme a Zaia il primo pezzettino della Pedemontana e la notizia passa come se fosse un clamoroso successo del Nordest. Fortuna che noi veneti siamo umili e misurati: tra i titoloni svettano “Trionfo della produttività veneta”, “Un grandioso successo per tutti”, “Segnale forte al Paese”, “La miglior risposta a chi dice sempre no” e ovviamente l’immancabile “Ecco l’Italia del fare!”. Sarà che perdo ogni residuo di aplomb quando sento parole come “l’Italia del fare”, ma penso: ma voi che scrivete queste bestialità, ce l’avete un po’ di memoria e di logica nel cervello?

Perché quelle strade le percorro da anni per lavoro (sono veneto anch’io, partita Iva perfino) e di certezze ne ho solo tre: 1) i lavori sono andati a rilento da sempre, altro che produttività; 2) il numero di persone all’opera nell’intera tratta è spesso inferiore a quella della mia squadra di calcio quando c’è allenamento ma piove; 3) nel tempo impiegato per togliere cinque metri di vecchio guard-rail sulla Pedemontana, in Friuli smontano interi cavalcavia autostradali – e in piena notte – riaprendo l’autostrada la mattina seguente. Cercatevi i video e confrontateli con quelli sui lavori della Pedemontana. Ma fatelo davvero, per vedere la differenza tra produttività e presa per il culo.

Ora, non pretendo che commentatori, cronisti, simpatizzanti e ultrà si pongano domande complicate quali il rapporto costi-benefici. Ma almeno chiedersi perché stiamo spendendo dieci volte di più di quanto previsto all’inizio. E perché i tempi sono decuplicati. E perché prima si prometteva “tutto gratis” e adesso si paga più che sulla Brebemi. Io la risposta ce l’ho, semplicissima. E ce l’avete anche voi. Ma se fate finta di non vederla il problema siete voi. Nel frattempo, godiamoci pure la nostra fettuccina di strada, costata quanto il ponte Copenaghen-Malmö. Se ci viene un po’ da ridere (il senso del ridicolo qualche volta fa capolino) consoliamoci: di chilometri ne mancano solo 88, capace che la finiamo perfino prima del Mose.

MORETTI BATTE VARIATI. E DIVENTA KENNEDY
Come abbia fatto la Moretti a battere Variati ancora non si sa. Gli analisti del voto hanno bisogno di qualche settimana per capire: ai paraculi mediatici invece bastano pochi istanti. Ecco sbucare ritratti in cui la nostra viene descritta come la prima Kennedy al femminile. Dai resoconti del post-vittoria, nemmeno quando perdeva le elezioni regionali era colpa sua: «I social la massacrano e un genio del partito democratico, arrivato da Roma, le impone la divisa per la campagna elettorale. Finiscono per vestire la nostra Alessandra come un ferroviere: completo pantaloni blu e camicetta azzurra. Lei smarrisce la sua verve e Zaia torna a governare in laguna». Capito? Un paio di gonne sexy in più e oggi governerebbe addirittura la Regione. L’avremmo vista bacchettare Salvini, all’inaugurazione del primo tratto di Pedemontana, cantandogli chiaro e tondo che il Veneto odia i politici sempre a favor di telecamera.

Già perché, per aver successo nei media, lei appare perfetta: «Volto televisivo conteso dalle trasmissioni di approfondimento nelle reti nazionali, brava e con la parlantina sciolta, il sorriso aperto e quei due occhi azzurri come il cielo che guardano dritto nella telecamera e fanno dimenticare al pubblico eventuali scivoloni, refusi, imprecisioni», insistono oggi. Sarebbe bello se, approfittando dei suoi occhioni azzurri trovasse il coraggio di dire: «sapete che qualche volta di certezze e risposte giuste non ne ho? Sapete che perfino io mi pongo dei dubbi?». Provasse poi a farlo sottovoce e senza quei toni da maestrina della penna rossa, le persone potrebbero perfino volerle bene.

MIMMO E RENZO, CHI CRITICA E’ UNO STRENZO
Il mondo del calcio, dove va sempre di moda la regola del carro di cui sopra, sono sempre tutti bravi a sparare sul perdente ed esaltare il vincente. Giusto e bello far festa al ritorno di Mimmo Di Carlo, che del Vicenza è più che una bandiera: è un simbolo del “non mollare mai” e del “supera i tuoi limiti”. Accettabile anche essere ottimisti e positivi, scatenarsi coi “Rifaremo grande il Vicenza”, “Torneremo in serie A”, eccetera eccetera. Ma essere un po’ meno esaltati e guardare in faccia la realtà non farebbe male. Di Carlo, che non è scemo, non è “sceso in C per amore”, come scrivono i media. O perlomeno non solo. Ha un contratto fino al 2022, che è un modo saggio e corretto per garantirsi la continuità che gli serve, ma anche una garanzia economica d’acciaio. E Di Carlo non è stato, almeno negli ultimi anni, un allenatore vincente capace di garantire successi né novità tecnico-tattiche come poteva essere, ad esempio, il primo Francesco Guidolin.

Quindi bene ottimismo e fiducia, ma ci saremmo anche stancati di vedere tutti questi peana per una società che certo, “ha salvato la città dal fallimento sportivo e dalla ripartenza dalla D” (ma quante volte ce lo ripeterete ancora?). Perché, se anche fosse fallita davvero, oggi potrebbe essere esattamente al punto dove si trova, proprio come ha fatto l’Arzignano, senza ammorbarci i cabasisi di retorica e magari evitandoci l’ennesimo campionato a metà tra noia e disgusto, qual è stato l’ultimo. Speriamo che Mimmo batta forte i pugni sul tavolo; pretenda collaboratori bravi; lavori per una squadra capace di fare perfino sei passaggi in fila e – non ho nemmeno il coraggio di scriverlo – correre per novanta minuti come non li vediamo fare da anni e anni. Nel frattempo viva chi critica, s’incazza e racconta – anche al bar – le cose come stanno. Perché se aspettiamo che ce le racconti chi di dovere, stiamo freschi.