Industriali di Verona, meno vetrine e più Marchionne please

Al di là di Tav e reddito di cittadinanza, ci sono problemi concreti da affrontare. I laureati senza speranze e le crisi aziendali, per esempio

Ho sempre creduto che, prima di tutto, gli imprenditori avessero da essere uomini e donne, concreti, pratici, poco attenti ai fronzoli, concentrati sulla sostanza dei problemi. Non geni, non intellettuali raffinati, ma persone di grande intelligenza e perspicacia, che applicavano al lavoro e alla produzione per il bene di tutti. E va da sé che, davanti alla concretezza, le grandi assemblee confindustriali, sia a livello locale che a livello nazionale, siano sembrate sempre qualcosa di strano, di «tipico» italiano, facendo a pugni inesorabilmente con quest’idea dell’industriale … uno che, come diceva il mai abbastanza rimpianto Sergio Marchionne, dovrebbe conoscere «l’odore acre di un reparto di verniciatura e quindi evitare discorsi inutili».

E invece, la tradizione delle assemblee confindustriali, con qualche rarissima eccezione, continua; costose kermesse, affollate di intrattenitori e imbonitori, ricche di chiacchiere senza confronto, la ripetizione laica di Te Deum cantati e suonati dai devoti del «quanto belli e bravi siamo noi», accusatori impietosi delle colpe altrui. Cerimonie che hanno poco a che fare con il lavoro e la produzione e alle quali purtroppo – da programma – assisteremo anche martedì nel corso dell’Annuale Assemblea Generale di Confindustria Verona, ospite di Calzedonia.

La linea del conspicuous waste («sciupio vistoso»: T. Veblen), ancorché consueta, sembra quindi essere ancora di gran moda, anche se stride ancor più, in periodo di crisi, quale il presente, mentre molti stabilimenti chiudono o sono in grave difficoltà (Knorr o Stefanel tra gli ultimissimi…Glaxo, Mercatone etc…); dopo che alcune tra le maggiori aziende locali sono andate a gambe all’aria o sono state cedute; in una fase in cui il trend generale è quello della chiusura delle aziende e dell’abbandono dei capannoni e di un Pil che non si muove, non solo per colpa dei governi.
Eppure, imperterrita, anche quest’anno Confindustria Verona, dopo i vari Alesina, ha chiamato a raccolta un panel di illustri specialisti, presumiamo per dare voce più che altro alle critiche contro i provvedimenti economici dell’attuale governo, così insistentemente già messo sotto accusa dai giornali di proprietà degli stessi industriali, e per esporre le solite ricette, fatte di consigli per la politica. Dietro l’escatologico titolo de “L’ambizione del possibile”, verosimilmente sentiremo tuonare contro il reddito di cittadinanza e ascolteremo accorati appelli a favore della Tav, mentre temiamo che scarso sarà il tempo per dirci qualcosa della situazione di casa nostra, veronese e veneta, per nulla edificante.

Forse apparteniamo alla categoria degli originali, ma pensiamo che, ad esempio, la presenza all’assemblea confindustriale di qualche relatore indipendente, esperto della realtà economica veronese, avrebbe potuto consentire di considerare anche il grave problema della sottoccupazione dei nostri giovani, in particolare laureati, e magari avrebbe permesso di riflesso qualche considerazione sulle necessità urgente, ma antica, delle imprese di aumentare gli investimenti e di spingere sull’innovazione. Nel Veronese infatti, al momento, se è vero che i giovani laureati possono ancora trovare un impiego in provincia, essi sanno bene che devono accontentarsi di posizioni scarsamente qualificate, poco retribuite, in genere temporanee, che sono le uniche disponibili sul mercato.

In tal modo i laureati più capaci e ambiziosi sono costretti a lasciare il territorio veronese, che non offre loro alcuna chance meritocratica di riconoscimento professionale. Troppe aziende veronesi si affidano prevalentemente al «passaparola», chiamiamolo così, per assumere (segno che non sono interessate ai migliori). E una volta assunti, esse non possono offrire ai giovani prospettive di crescita e di formazione, adeguate alla qualificazione e alle aspirazioni dei soggetti migliori. Prova ne sia che attualmente la domanda di forza lavoro – come spesso addirittura qualche confindustriale finisce per dichiarare ai giornali senza rendersi conto della gravità implicita della cosa – si orienta prevalentemente verso neo-assunti con un livello medio-basso di studio, meglio se diplomati, in ogni caso predisposti e in grado di svolgere solo compiti esecutivi, certamente incapaci di apportare – come invece dovrebbe essere – aria e conoscenze nuove nelle imprese, in grado di sostenerne la crescita.

E la conseguente presenza di personale poco qualificato alimenta i bassi salari e le imprese a bassissimo tasso di innovazione e tecnologia, altro che Industria 4.0. Forse gli imprenditori veronesi ritengono di essere sufficientemente benestanti per non dover aumentare i loro fatturati e i loro profitti e trovano giusto spendere i loro denari per i vernissage, il marketing, oltre che per i rapporti politici. Forse, e non vogliamo crederlo, hanno dimenticato che la funzione principale e unica delle imprese, è quella di portare benessere all’intero territorio (se un’impresa crea ricchezza solo per i suoi azionisti, perché la collettività dovrebbe consentirle di esercitare le sue attività?).

Forse – senza accorgersene – le imprese veronesi sono tornate a essere troppo veronesi, troppo provinciali, in un mondo che – come loro stesse ammettono – non può che essere globale. Un mondo nel quale – se non si ha il coraggio di guardare prima in casa propria e solo dopo, molto dopo, di voler indicare agli altri la strada dei massimi sistemi – anche ogni «ambizione del possibile» rischia di restare un vuoto discorso privo di effetti pratici.

(ph. Imagoeconomica)