“Convalescenza” di Han Kang, coreana dal piglio kafkiano

I due racconti della scrittrice ci mostrano un’altra concezione della letteratura. E una sensibilità orientale che a noi manca

Uno dei sintomi più evidenti della malattia sociale del nostro tempo sta proprio nel fatto che l’inquietudine a cui si accompagna è spesso apparentemente senza causa, oscura, difficile da mettere a fuoco. Piuttosto, aleggia, scava dentro, permane come un indistinguibile ronzio di fondo. È persino difficile comprendere se sia legata alla contingenza, o non attenga piuttosto alla radice ontologica dell’umano, insomma se essa non roda al cuore l’esistenza come il verme la mela. A fronte dei vari gradi di coscienza rispetto alle diverse situazioni che ognuno può trovarsi a vivere, certamente il malessere si manifesta in prima istanza, e spesso anche molto oltre, con una spiacevole sensazione di assurdità, il sentimento poco chiaro di essere parte di uno spettacolo privo di senso. Gli uomini e le cose ci palesano la loro violenta avversità – o un’indifferenza straniante e fredda.

Tale agghiacciante atmosfera diffusa la si ritrova magnificamente resa in “Convalescenza” di Han Kang, edito da Adelphi. Nei due racconti che compongono il volume, due donne – no, tranquilli, non si tratta di un testo femminista – fanno i conti con il dolore, l’incapacità dei legami umani di condurre a un esito felice, lo smarrimento di una vita che si rivela per quanto apparentemente decorosa sempre mancante di una ragione ultima. Il primo, che dà anche il titolo alla raccolta, è la ricostruzione del rapporto tra due sorelle, dal punto di vista di quella sopravvissuta. Con rara semplicità e nitidezza della prosa, l’autrice prova a rendere quella confusa sensazione che lascia il ripercorrere a ritroso la storia di un profondo legame di sangue, comunque non sufficiente a garantire la costruzione di una solidità affettiva. Pur nella forza strenua di una pulsione che spinge le due anime alla vicinanza, l’altro resta incomprensibile, lontano, inafferrabile, distante (“Guardandoti negli occhi dallo specchio, disse «Tu credi? Ma può darsi che ci siano persone che si considerano fortunate, voglio dire, perché possono nascondersi dietro le convenzioni…». In quel momento mi parve di capirla – confusamente, come se distinguessi una sagoma dietro molti strati di sottili tende bianche. Non era una ragazza ingenua: voleva solo il posto più sicuro, un guscio tranquillo come una tartaruga o una lumaca…”).

Il dolore chiude in una morsa sorda, strozza in gola la possibilità del dialogo, di una richiesta di empatia («eppure sembrava tenere la sua vita a distanza, come se scansasse del cibo dall’odore nauseante»). E alla fine, nel disperato tentativo di inseguire una nuova gioia («che fa urlare a squarciagola»), abbandonandosi al flusso dell’esistenza, accettandone la tragica potenza, ecco tornare l’istinto di morte, il desiderio di annichilimento: «sottovoce preghi ripetutamente un dio, non importa quale, perché tu possa non guarire da ciò di cui soffri in questo istante; perché il suolo freddo possa diventare ancora più freddo, cosicché la tua faccia e il tuo corpo si ghiaccino completamente e tu non ti rialzi mai più».

Il secondo e ultimo racconto, “Il frutto della mia donna“, è quello più manifestamente kafkiano. Raccontato dal punto di vista del marito, è la storia di una donna e del suo insopprimibile desiderio di una vita più autentica, dopo la fine della passione e l’insuccesso lavorativo. Al pensiero di finire così, un turbamento senza speranza si fa largo in lei tramutandosi in odio e orrore per l’appartamento in cui abita («come se non fossi più in grado di scendere da questo tredicesimo piano, non fossi più in grado di uscire») e si manifesta in una spaventosa reazione psicosomatica che comincia in principio con una serie di vasti lividi. In ultimo la donna, oppressa da un’esistenza  che «non è vita […] le assomiglia solo», e da un dolore che non i lascia mai afferrare pienamente (“Da cosa cercavo di scappare, che cosa mi affliggeva al punto da farmi desiderare di fuggire all’altro capo del mondo? E che cosa mi tratteneva, impastoiandomi, paralizzandomi? Quali ceppi mi opprimevano, impedendo il salto che avrebbe rinnovato questo sangue malato?”), si tramuterà in una pianta.

A quanto pare l’Oriente ci regala, man mano che andiamo scoprendolo, sempre maggiori motivi per ampliare la nostra concezione di letteratura. Un’altra sensibilità è possibile e il meticciato con la nostra il massimo auspicio per venir fuori dall’attuale impasse.