“Semi di segni”, la svolta del vicentino Curti

L’artista in mostra al “Cantiere barche” evidenzia il «percorso dell’esistere»

La seconda tornata espositiva presso l’antico spazio di proprietà comunale di “Cantiere barche”, recentemente aperto alle manifestazioni d’arte, è dedicata, con il titolo “Semi di segni“, a Riccardo Curti, artista vicentino tra i più noti. La mostra curata da Giovanna Grossato, responsabile dell’intero progetto, con la presentazione di Dino Marangon, consta di un congruo numero di creazioni in gran parte recenti, parecchie delle quali appartengono a un filone caro al pittore: sono le “teste”, immagini interamente giocate sulla fragile direttrice del rapporto tra figurazione e astrazione, che Curti propone ad ogni opera ripartendo dal chiarore d’un ipotetico nulla subliminale dove, tra le quinte di bande cromatiche dai toni spenti, affiorano come da una personale vetrofania i contorni di volti costruiti da tracce segniche appena percettibili, talora riconoscibili per qualche indicazione fisionomica precisa.

Questo singolare repertorio di ritratti si è venuto costituendo nel tempo quale cifra distintiva dell’operato del nostro artista, fondata sull’ambiguità lessicale e connotata da continui rimandi ad un silenzio molto interiorizzato, tale da permeare le immagini d’una leggera aura di mistero. Alle reiterate irrinunciabili “teste”  fa però seguito un secondo nucleo di lavori datati al 2018/19, che indica in tutta evidenza una svolta non trascurabile nella pittura di Curti, un mutar di registri caratterizzato dalla valorizzazione del segno, rilevante per sé stesso in maniera del tutto autonoma. Si vanno così allentando i vincoli con le strutture figurative, per lasciare sulla tela forme vagamente simboliche di orbite, ogive, sementi, ossia i possibili germi di segni citati dal titolo della mostra stessa. Il segno entra fluttuando nello spazio in prepotenti grovigli, si specchia nelle stesure bianche del fondo, si avvolge nella perfetta calligrafia bianconera dei molti ciuffi di “rose”, si scioglie infine e sfuma in pennellate ora candide ora rossastre e pastellate di nero, con effetti a volte stranianti.

E tuttavia, mentre muta l’ordito di opere aperte a nuove istanze, rimane inalterato il piacere del gesto evocativo, a riprova di come l’ideale astratto sempre si confronti in Curti con l’esperienza della realtà e i suoi ineludibili risvolti concreti, siano essi decorativi come le rose, oppure drammatici come le ogive dal colore di sangue rappreso della “pittura di guerra”. Nonostante le difficoltà dell’ambiente, storicamente importante ma certo di non facile gestione, l’allestimento offre un valido documento di quest’arte di lieve respiro e ritmi lenti, sostanziata da molte e variegate parvenze di verità e da quesiti ancora irrisolti. «Con la sua opera – afferma giustamente Marangon, – Curti sembra indicarci che ciò che conta per l’uomo non è tanto la meta da raggiungere e fare propria, ma il percorso dell’esistere, da affrontare con responsabilità e inoppugnabile libertà interiore».