Lo sprofondo del calcio veneto

Nell’ultima stagione quattro retrocessioni e una sola promozione. La causa dell’impoverimento? Sta in una parola: inadeguatezza

Quattro retrocessioni, una promozione. Il bilancio della stagione 2018-2019 è un vero disastro per il calcio professionistico veneto. Che fa un altro bel passo indietro nel ranking nazionale, peggiorando un declino cominciato da decenni e da cui non riesce a risalire.

Già la scorsa annata calcistica comincia male, con la scomparsa per fallimento e il mancato subentro di una nuova proprietà nel Vicenza Calcio. Il cui posto è preso dal Bassano Virtus, stesso girone di Serie C, che si trasferisce nel capoluogo, cambia denominazione e colori sociali e eredita (solo virtualmente, perché il titolo sportivo della società vicentina è abbandonato) il blasone del club biancorosso. Contemporaneamente però sotto il Grappa sparisce il calcio professionistico. Il Veneto perde così una delle sue rappresentanti fra i Pro, rimpiazzata grazie alla promozione in Serie C della terza squadra di Verona, la Vecomp, simpatica squadra di quartiere che con il professionismo ha ben poco a che fare.

Il 1° luglio dell’anno scorso il quadro delle presenze venete nelle tre leghe professionistiche è questo: il Chievo Verona in Serie A, quattro squadre in B (Hellas, Cittadella, Venezia e Padova), due in C (Vicenza Virtus e Vecomp Verona). La prima evidenza è che, dei sette capoluoghi della Regione, solo quattro hanno team professionistici: Verona (ben tre), Vicenza, Padova e Venezia. Invece Belluno, Treviso e Rovigo restano dispersi nei campionati Dilettanti. L’unica virtuosa eccezione è il Cittadella, che, pure essendo espressione di un piccolo centro (20.000 abitanti), milita fra i Cadetti da un decennio.

Nello svolgersi dei campionati ben presto si capisce che le cose per le venete non vanno bene. Già da ottobre comincia un via vai di allenatori: il Chievo esonera Lorenzo D’Anna e assume Giampiero Ventura, il quale si dimette ed è sostituito da Mimmo Di Carlo. Idem il Venezia che prima licenzia Stefano Vecchi e ingaggia Valter Zenga, poi lo silura e chiama Serse Cosmi. L’Hellas ingaggia Fabio Grosso e, alla penultima giornata, lo sostituisce con Alfredo Aglietti. A Padova esonero di Pierpaolo Bisoli, al cui posto subentra Claudio Foscarini, al cui posto è richiamato Bisoli, al cui posto è promosso in extremis l’allenatore della Primavera Matteo Centurioni. Non è da meno il Vicenza Virtus che prima esonera Colella e mette in panchina Michele Serena e poi, due mesi dopo, riprende Colella. La Vecomp non può cambiare allenatore perché Gigi Fresco è anche presidente e proprietario del club.

Avvicendamenti che, Hellas a parte, si sono dimostrati assolutamente inutili: Chievo retrocesso, Padova retrocesso, Venezia retrocesso, Vicenza a malapena qualificato ai playoff ed eliminato al primo turno. Tutto da dimostrare, poi, che il subentro di Aglietti sia davvero servita alla promozione dell’Hellas. Anche sotto questo profilo l’unica eccezione è il Cittadella, ma si sa che la società padovana non licenzierebbe un allenatore nemmeno dopo tre retrocessioni consecutive. E comunque non è il caso del Citta.

Il consuntivo che lascia questa sgangherata e fallimentare stagione del calcio veneto è questo: una sola squadra in A, due in B, quattro in C (dalla quarta serie è stata promossa la cenerentola Arzichiampo, che non ha nemmeno un campo di gioco omologabile). Un impoverimento, un appiattimento verso il basso che lascia senza parole. E che fotografa la impronta anacronistica del football professionistico regionale, che non riesce a esprimere un top team (ma lo ha mai avuto?) perché è strutturato in modo antiquato: proprietà di profilo non proprio eccelso, organigrammi con managerialità non di primo piano, stadi di proprietà pubblica e obsoleti, scarsa o nulla rappresentatività negli organismi nazionali di gestione.

Per forza bisogna andare indietro di decenni per trovare l’unico scudetto vinto da una squadra veneta (Hellas, 1985). O l’unico altro titolo arrivato da queste parti (Coppa Italia 1997, Vicenza Calcio). Idem per la partecipazione di un team regionale alla Champions League (Chievo Verona, 2006).

Dalla scorsa maledetta stagione arriva per di più un lascito negativo, l’abbassamento diffuso del livello medio del movimento. Se la punta di diamante è l’Hellas, che da anni fa il saliscendi fra la A e la B. Se fra i Cadetti solo il Cittadella riesce ad emergere mentre il Chievo, dopo anni di stabilità, sembra avviato a un periodo di ridimensionamento. Se in Serie C ci sarà una ammucchiata fratricida di squadre venete, che magari farà felici i tifosi più miopi per i risvolti campanilistici ma certo non faciliterà la promozione di una delle quattro portacolori. Se il quadro è questo, insomma, c’è poco da sperare per il futuro. E non solo per l’immediato ma anche per il medio termine.

Anche perché, nel resto dell’Italia, certo non dappertutto ma sicuramente nelle regioni più simili al Veneto come profilo socio-economico e sportivo, non stanno certo con le mani in mano. L’esempio più importante viene dalla confinante Lombardia, dal Monza, che Fininvest ha acquistato nell’ottobre dello scorso anno e sta finanziando a suon di milioni, con l’obbiettivo evidente di farne la terza squadra di Milano dopo i colossi Inter e Milan. E in Veneto? Pochi schei, come vuole una inveterata tradizione regionale, tanti progetti e pianificazioni (a parole), ma alle strette poca roba, tanto da vivacchiare. Intanto gli spettatori calano e vanno a vedere il grande calcio in Lombardia o in Friuli, e crescono gli abbonamenti alla pay tv per guardare le partite della Premier e della Liga.