Pride e anti-pride, alla fine vince sempre la “Vicenza di mezzo”

La giornata di ieri doveva essere calda e invece è stata tiepida. Ognuno ha svolto il suo rito, e amen

Ieri a Vicenza é successo di tutto ma non è successo praticamente niente. La parata pomeridiana del Pride locale é stata una normalissima e niente più che allegra sfilata (solita doppia versione sui numeri, 3500 persone per la Questura, 7 mila per gli organizzatori), deludendo chi si aspettava natiche al vento e provocazioni ormai scontate. E’ andata senza problemi anche la contro-manifestazione mattutina di riparazione dal peccato (di sodomia, se non erriamo) di un centinaio di fedeli cattolici dissidenti rispetto alla linea conciliante del vescovo Pizziol. L’iniziativa a latere del Pride del piccolo gruppo femminista “Non una di meno” ha voluto sbeffeggiare in contemporanea la processione riparatrice leggendo in chiave canzonatoria il Paternoster, e questo ha dato il là alla consigliera delegata ai diritti civili Caterina Soprana (centrodestra) di rifiutarsi all’ultimo di portare il saluto del Comune alla marcia (non pervenuto il vicesindaco Matteo Tosetto, che pareva dovesse invece presenziare al posto del sindaco Francesco Rucco, naturalmente assente per motivi personali). Il convegno del pomeriggio indetto dai neofascisti del Mis e dalle associazioni catto-tradizionaliste Nova Civilitas e Christus Rex si è svolto come doveva svolgersi, con una relazione di taglio puramente culturale da parte del presidente dei Giuristi per la Vita, Gianfranco Amato (che ha puntato molto sulle conseguenze estreme nel caso passasse l’equazione “desiderio individuale=diritto”, ossia lo sdoganamento dell’incesto), e una più marcatamente religiosa e politica dal veronese Matteo Castagna (che a nome del suo circolo che ha nel nome “Cristo Re” ha respinto l’invito di Pizziol a ritrovarsi coi sostenitori della battaglia lgbt per confrontarsi, e lo ha fatto con le seguenti parole: «non ci facciamo prendere per il culo, il vescovo si converta alla fede cattolica», che in base ad un lungo elenco di citate fonti bibliche e di padri della Chiesa, condannerebbe l’omosessualità all’«inferno», e fine della discussione).

Alla fine della giornata, in pratica, ognuno poteva dirsi soddisfatto: i promotori e i partecipanti del corteo, perché messi in conto i precedenti Pride a Padova e Verona l’afflusso è stato buono, e inoltre incassano un punto essendo riusciti a mettere in piedi una bella kermesse fissa di tre giorni nel solitamente tristanzuolo Campo Marzo, cosa questa mai avvenuta neanche nel decennio di centrosinistra terminato l’anno scorso; i cattolici divisi nelle due fazioni, perchè anche loro hanno potuto dir la loro, chi, come l’associazione San Marco Evangelista, sfidando in strada il vescovo, chi invece con una conferenza, ma entrambi avendo come vero bersaglio la Curia, più che gli attivisti lgbt; l’amministrazione, che ha tenuto sino a ieri un profilo rasoterra – con tutta evidenza tenendo il morso a quegli elementi più di destra che al suo interno guardano con disprezzo al fronte gay – perché in zona cesarini si è sfilata da ogni contatto ufficiale, potendo affermare ora di non aver avuto niente a che fare con la «perversione» non solo delle punte polemiche di quei satanassi di Non una di meno, ma anche delle pecorelle ribelli al vescovo, messe sulla stesso piano dalla Soprana in un esercizio di equilibrismo cerchiobottista da manuale, che rende molto bene lo sforzo di non sforzarsi a prendere una posizione netta, che è tipico di questa maggioranza; infine lo stesso Pizziol, che si é trincerato dietro il «non giudicare» così da non schierarsi, aspettando che passi la per altro fiacca buriana. Sì insomma, un po’ di imbarazzo ma passa subito, come una febbre da stress passeggera.

La sensazione che lascia la pur intensa giornata di ieri, mettiamoci pure l’afa che ovatta i sensi, é di sostanziale prevedibilità. La vicentinità iper-moderata ha avuto conferma nell’atteggiamento di ostentato distacco del centrodestra, a cui non pareva l’ora di togliersi dal campo di gioco. Quella favorevole al movimento lgbt, a parte la storpiatura di preghiere che a conti fatti ha danneggiato il Pride, può festeggiare un successo. I più feroci critici della Chiesa bergogliana hanno strappato una visibilità per quanto minima, dato che la Curia a Vicenza pesa ancora, benché più per inerzia storica che nell’orientare le coscienze dei credenti sempre meno praticanti. Si è assistito semplicemente, insomma, alla celebrazione di riti contrapposti. Ciascuno ieri è tornato a casa contento, avendo esibito se stesso e le proprie ragioni, o sragioni, e mantenendo le proprie posizioni. Uno scontro non c’é stato. Solo scaramucce (ci aveva “provato” un po’ Stella, ad animare il party l’altro giorno sul percorso, ma gli è andata buca). Nessun vero scandalo. E vissero tutti felici e senza rogne – che poi é l’ideale di vita dell’eterno subconscio di Vicenza. Caso esemplare il ruolo dell’Arcigay berica: scontratasi per ragioni ancora ignote con l’associazione Pride, non ha proferito verbo fino a ieri, quando invece per bocca del suo presidente Thomas Tedesco é intervenuta parlando al corteo, ma standosene ben sotto il pelo dell’acqua del pubblico dibattito di questi giorni. Vicentini, stravicentini ovunque…

(ph: Andrey Popov – Shutterstock)