Cultura a Vicenza, il sonno della ragione genera (solo) mostre

Sarà difficile rilanciare il patrimonio cittadino senza un progetto di ampio respiro

Mi spiace continuare a battere sullo stesso tasto, ma sono rare le occasioni che ridestano la città del Palladio dal suo torpore, scossa solo da sporadiche iniziative che, pregevoli in sé, non lasciano traccia alcuna. Non vorrei, tuttavia, passare per quello delle “lamentazioni”, come fu malignamente etichettato Renato Cevese per i suoi interventi critici sul degrado ambientale dell’amata città e, infine, sulla speculazione edilizia, motivo per cui fu privato della possibilità di far sentire la sua voce sulla stampa cittadina.

Capisco l’atteggiamento di chi, trovandosi a gestire il potere, dichiara di voler cambiare il mondo. Penserà il tempo a ridimensionare tante promesse e velleità. Non capisco, invece, il comportamento di chi, avendo titolo e competenza, non interviene a riportare il dibattito sulle cose concrete da fare, sgombrando il terreno da sogni e chimere.
Ho già espresso parere favorevole alle tre grandi mostre che dalla fine di quest’anno saranno allestite in Basilica Palladiana, eventi molto attesi dopo una lunga astinenza che ha ridotto drasticamente la presenza turistica in città, abituata alle folle goldiniane.

Ma queste mostre, imperniate su temi tanto diversi, riusciranno a creare un’idea di città che promuova la sua identità culturale? Lo chiedo perché non vedo all’orizzonte alcun progetto culturale di ampio respiro che, stimolando l’economia turistica, costituisca una svolta decisiva per l’effettiva conoscenza del nostro patrimonio cittadino. Sono falliti, ahimè, i generosi tentativi di Jacopo Bulgarini d’Elci, che ha messo troppa carne al fuoco senza poter contare su un’oleata macchina amministrativa, e commesso imperdonabili errori di comunicazione. Lo slancio innovativo c’era tutto nelle sue intenzioni e maggior successo avrebbe ottenuto se avesse frenato il suo smisurato ego.

Oggi si deve parlare non di restaurazione ma di fiduciosa attesa, non essendo ancora chiari gli obiettivi da raggiungere. I curatori delle prossime mostre, presi in prestito da altre istituzioni, non garantiscono la continuità di una linea culturale, avendo competenze specifiche in settori che riguardano marginalmente la città. Sono stati convocati da chi non ha dimostrato finora particolare attaccamento ad essa, o perché impegnato in altri campi di ricerca, o perché legato ad altri ambienti. Senza una prospettiva di lungo corso non ci sarà alcuna rinascita culturale della città, ma solo isolati eventi rivolti alle scadenze elettorali più che alle aspettative delle giovani e meno giovani generazioni.

Che fine faranno le collezioni d’arte del Museo Civico di Palazzo Chiericati che non hanno finora visto la luce ? Dare una sede consona ad opere che non troveranno posto in nessuno dei tre corpi del recuperato Museo – chissà quando diventerà operativo –, ecco un intervento necessario e qualificante per qualsiasi amministrazione comunale. Per l’arte dell’Ottocento e del Novecento urge pensare ad una galleria d’arte contemporanea. E il luogo più adatto è l’ex Fiera ai Giardini Salvi, compiuta una rigorosa selezione del patrimonio esistente.

Giorni fa Giancarlo Busato ha ristampato le matrici originali delle xilografie con le “Vedute” di Vicenza di Antonio Dall’Amico, insigne artista vicentino del Novecento che per quarant’anni è stato alunno, docente e direttore della Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza dell’Accademia Olimpica. Il suo nome figura nei maggiori repertori nazionali di grafica come il Servolini e il Comanducci, ma nessuna autorità politica e accademica ha presenziato all’evento, solo Mario Bagnara a titolo personale, e Giovanna Grossato per il suo giornale. E pensare che Dall’Amico è il precedente figurativo senza il quale non si arriva alle “vedute di Neri Pozza. Beata ignoranza!