Overdose di cucina in tv. Ecco il colpevole

Raymond Oliver, unendo talento culinario ad affascinanti racconti di storia della gastronomia, trasformò in spettacolo il duro lavoro ai fornelli. Ce ne fossero di Oliver ai tempi nostri!

Qualche giorno fa mi trovavo al Relais Monaco di Ponzano (Treviso) reso celebre negli anni 60/70 dal mitico Alfredo con il nome “el Toulà”. Qui una cooperativa di allevatori imolesi (Clai) ha scelto di organizzare un challenge in cucina tra due gruppi di appassionate blogger ed influencer tra pentole e padelle. Una giuria tecnica composta da 3 chef stellati doveva sovraintendere e guidare le squadre in lizza ed una giuria popolare, composta da giornalisti gastronomi, giudicare e decretare il vincitore. Non mi era mai capitato prima di assistere in diretta a “similar tenzone” e far parte di una giuria in una diretta social su Facebook; stimolante – mi dissi – e così andai per VVOX.

In qualsiasi momento si accenda il televisore, a qualsiasi ora del giorno o della notte, si vede qualcuno che cucina, che elargisce consigli gastronomici o propone ricette a dir poco stravaganti. Il tutto, spesso, con fare altero e sussiegoso, come se la salvezza dell’umanità sia riposta nelle sue mani e il cucinare sia la cosa più importante del mondo. Certo, mangiare è uno dei bisogni essenziali dell’uomo, tuttavia far diventare la preparazione del cibo il tema dominante delle trasmissioni televisive è certamente esagerato, quasi quanto le obbligatorie scorpacciate di calcio, programmato in modo da avere la possibilità di trasmettere almeno una partita ogni giorno della settimana.

La mia curiosità è stata sollecitata e mi sono posto la domanda: quando ha avuto inizio questa overdose televisiva di cucina? Chi è stato il primo ad avere la felice idea di trasformare in spettacolo il duro lavoro ai fornelli? Chi è l’inconsapevole fortunato ideatore di questo vorticoso carosello di padelle, piatti e tegami?
 Perché certo non poteva immaginare quale frenetico e lucroso 
sviluppo avrebbe avuto la sua brillante intuizione nel giro di
 qualche decennio.
Ebbene, ho fatto le mie 
ricerche e sono in grado di svelare che il pioniere delle trasmissioni
televisive culinarie, in
diretta dalla cucina del
“grand Véfour”, il suo 
celebre ristorante parigino al Palais-Royal, fu Raymond Oliver, che le cronache mondane dell’epoca indicavano come lo chef più famoso d’Europa. Dal 1953, ogni lunedì alle 19,30, compariva sul video della televisione francese per condurre un programma intitolato “arte e magia della cucina”, assistito dalla prima presentatrice della TV francese, la bionda Catherine Langeais; il successo fu immediato, il suo talento culinario, unito alla verve dell’eloquio, lo rese irresistibile; iniziò così la storia d’amore tra la televisione e la cucina, destinata a non vacillare mai nel corso del tempo. La trasmissione rese Oliver più popolare di un attore della Comédie française, di una vedette del cinema o del varietà: il suo segreto fu di unire la pratica alla cultura, perché l’esecuzione delle ricette era sempre condita da affascinanti racconti di storia della gastronomia. In un’intervista rilasciata ad un cronista dell’epoca, il famoso chef dichiarò che cucinare face au public era tutt’altro che facile, perché richiedeva una tecnica particolare. Per agire con disinvoltura, aveva fatto lunghe prove davanti ad uno specchio, studiando l’immagine delle sue mani riflesse, in modo da far coincidere i gesti con le parole, in perfetta sincronia.

La passione per il suo lavoro, l’innata curiosità e il desiderio di approfondire ogni argomento, lo avevano reso un raffinato erudito in materia, grazie anche alla ricca collezione di libri di cucina che egli aveva raccolto nel tempo, di ogni epoca e di ogni luogo, tra le più importanti al mondo per alcuni incunaboli di inestimabile valore. La fama di Oliver valicò i confini della patria; fu definito ambasciatore della cucina francese nel mondo, grazie alla sua vasta cultura in materia e allo spiccato senso dell’umorismo, fu spesso invitato a tenere conferenze all’estero, tanto che negli anni Cinquanta, in una statistica redatta da un giornale americano, fu incluso tra i dieci uomini più famosi di Francia. Morì nel 1990 ma lasciò la sua creatura televisiva in mani sicure, quelle del figlio Michel, che continuò le trasmissioni con la stessa formula così ben collaudata. Beh, certo, se gli attuali protagonisti dei programmi di cucina avessero almeno un terzo delle qualità di Oliver, saremmo tutti ben lieti e impazienti di seguirli nelle loro esibizioni.

Con grande sobrietà e praticità gli organizzatori di Clai salumi, virtuosi dell’arte salumiera di Imola, stanno usando le tecniche di comunicazione social e digitale adatte a coinvolgere il vasto pubblico di consumatori che seguono rubriche condotte dalle tantissime appassionate di cucina più o meno talentuose, ma generalmente capaci di organizzare corsi di cucina, piuttosto che tenere lezioni di cultura gastronomica. Il marketing di un’azienda salumiera, ai nostri tempi, non può prescindere da questa modalità di influenzare, anche attraverso questi canali, le scelte del consumatore. Tanto meglio se, come in questo caso, i prodotti sono di ottima qualità, naturali, artigianali e di filiera certificata nazionale.

(ph: deskgram.net)