Fondazione Aiom, devono aumentare strutture con soglia minima di procedure chirurgiche In 4 Regioni almeno 1 struttura da 50 procedure l’anno cancro pancreas

Roma, 21 giu. (AdnKronos Salute) – Nella battaglia contro il cancro la scelta del luogo di cura può fare la differenza. I centri con un maggior numero di interventi per l’asportazione del tumore sono, infatti, quelli a maggior esperienza e con i migliori risultati per i pazienti. In Italia, nella chirurgia del carcinoma del polmone ad esempio, solo il 27% degli ospedali presenta un volume di attività pari o superiore a 70 operazioni l’anno (2017). E soltanto il 23% (rispetto al 33% del 2016) esegue almeno 20 interventi annui nel tumore dello stomaco. Migliora, invece, il trattamento del cancro della mammella: nel 2017, il 20% dei centri ha effettuato almeno 150 interventi chirurgici, lo standard stabilito per legge, rispetto al 16,5% del 2015. Di pari passo la necessità di re-interventi di resezione entro 120 giorni da un’operazione conservativa alla mammella si è ridotta, dal 12,3% del 2010 al 7,4% del 2017.
I numeri, insomma, variano a seconda della neoplasia. Per orientare i pazienti e i loro familiari nella scelta del centro a cui rivolgersi per affrontare la malattia, Fondazione Aiom dedica due sezioni del sito (fondazioneaiom.it) a ‘Dove mi curo’ e ‘Come mi curo’, temi al centro di un convegno nazionale oggi a Roma, realizzato con il contributo incondizionato di 3M.
“Nel 2018, in Italia, sono stati stimati 373.300 nuovi casi di tumore – afferma Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione Aiom – Sempre più spesso i pazienti richiedono informazioni sui luoghi di assistenza adeguati, spinti dalla necessità di conoscere e identificare gli ospedali specializzati nel trattamento della malattia. I dati della letteratura scientifica hanno confermato la forte associazione tra volumi di attività chirurgica più alti e migliori esiti delle cure oncologiche: vogliamo offrire ai cittadini una fotografia delle strutture sanitarie ad alto volume di chirurgia oncologica”, sottolinea. Per l’oncologo, “devono aumentare i centri che rispondono alla soglia minima di procedure chirurgiche richiesta”.
“Tuttavia la scelta del luogo di cura deve tener conto non solo della quantità, cioè dei volumi di attività, ma anche delle buone pratiche assistenziali prima, durante e dopo la chirurgia, grazie a team multidisciplinari – ricorda Nicolis – che caratterizzano ad esempio le Breast Unit/Centri di senologia. È significativo il dato sugli interventi di ricostruzione contestuale a un’operazione demolitiva per tumore del seno, che è migliorato nel tempo, passando dal 35,5% del 2010 al 50% del 2017. Questa procedura consente di semplificare il processo ricostruttivo e di ridurre l’impatto psicologico e sociale dell’intervento demolitivo, senza modificare il percorso terapeutico”. Le percentuali, però, variano a seconda delle regioni, e anche all’interno di una stessa Regione: Umbria e Provincia autonoma di Trento riportano il 70% di ricostruzioni contestuali rispetto al 26% di Calabria e Campania.
“La chirurgia oggi si integra appieno con trattamenti chemioterapici e radioterapici – afferma Alessandro Gronchi, presidente eletto Società italiana di chirurgia oncologica (Sico) – permettendo, molto spesso, di curare persone colpite da neoplasie un tempo considerate inguaribili. E’ innegabile il progresso verso una razionalizzazione e centralizzazione delle patologie oncologiche maggiori in centri ad alto volume di attività. Ad esempio, in 5 anni (2013-2017), la percentuale delle strutture sopra la soglia richiesta è raddoppiata per il cancro del polmone e della mammella, anche se siamo ancora lontani dal conseguimento di un risultato ottimale”.
Basti pensare, ricorda l’esperto, che “soltanto quattro Regioni (Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio) sono dotate di almeno una struttura che esegua più di 50 procedure all’anno nel carcinoma del pancreas. La situazione è ancora più complicata quando si pensa ai tumori rari, che rappresentano il 20% di tutte le diagnosi di tumore in un anno e richiedono expertise che non possono essere presenti in tutte le strutture. È quindi indispensabile arrivare a un sistema di riferimento dei pazienti, qualsiasi sia la loro patologia, cioè a centri ad alto volume per la patologia specifica, organizzando il tutto in rete, per minimizzare gli spostamenti dei pazienti alle fasi di cura in cui è strettamente necessario”.
Il sito di Fondazione Aiom, nelle sezioni dedicate a ‘Dove mi curo’ e ‘Come mi curo’, utilizza i dati forniti dal Programma nazionale esiti (Pne) dell’Agenas: “I dati della letteratura sono concordi – ribadisce Maria Chiara Corti, Coordinatore delle attività del Pne di Agenas – nel sottolineare che il rischio post-operatorio per i pazienti diminuisce all’aumentare dei volumi di attività delle strutture e dei reparti”. È dimostrato che la mortalità a 30 giorni dopo l’intervento chirurgico è decisamente minore nei centri con almeno 50-70 operazioni l’anno per tumore del polmone, nei centri con almeno 50 interventi per carcinoma del pancreas e nei centri con 20-30 interventi per lo stomaco.
“Un ampio bacino di pazienti e il superamento delle soglie non rende automaticamente un ospedale virtuoso in termini di completezza e qualità assistenziali – conclude Nicolis – Per garantire standard elevati, servono centri dotati di un team multidisciplinare composto da figure esperte. Solo così può nascere una medicina di eccellenza dai grandi volumi, che però ritorni alla dimensione dell’individuo, capace di formulare un piano di assistenza personalizzato, che dia spazio anche agli stili di vita che devono essere assunti almeno ‘prima’ di ogni intervento chirurgico oncologico programmato”.

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