Scurati su Mussolini? Didascalico. Meglio rileggere Longanesi

“M. Il figlio del secolo” è finalista allo Strega. Ma per capire il fascismo è più utile “In piedi e seduti”. Scritto da chi ha veramente vissuto quell’epoca

Già l’idea che un uomo nato nel ’69 possa raccontare il Ventennio e Mussolini fa sorridere. E, infatti, “M. Il Figlio del secolo“, finalista al Premio Strega, è un discutibile tentativo di fare il super partes, adottando una prosa wikipediana, ma senza mai riuscire a guardare quei tempi da una prospettiva che non sia la nostra. Del resto nessuno, che non abbia vissuto un determinato periodo, può sperare di raccontarlo senza fare semplicemente una narrazione di altre narrazioni. Alla fine, tutto ciò che sa ha per lui l’odore dell’inchiostro e la forma dei caratteri stampati sulla pagina. Ma quella realtà gli resta comunque aliena. Non riuscirà mai a vederla con gli occhi dei suoi protagonisti e dei loro coevi. Inutile dunque cercare di supplire a questa insanabile carenza come fa Scurati, abbondando nei particolari. La Storia è sempre altro dalle date ufficiali e solo chi c’era e ha saputo osservarla oltre la superficie può comprenderla fino in fondo.

Ben diverso è il caso di Leo Longanesi che entro il fascismo è cresciuto e si è fatto uomo, partecipandovi con l’acume di chi era impermeabile al turlupinamento della propaganda. “In piedi e seduti” è la sua storia di quegli anni, dall’affermazione alla caduta del fascio. L’autore la porta avanti con prosa nitida e scoppiettante, felicissima e attualissima, da vero maestro del giornalismo – e spesso è meglio un artista del giornalismo che uno scrittore tutto boria e niente ritmo. Cosa da non trascurare è che Longanesi non prende le distanze dalla Storia, non la guarda dall’alto in basso, ma ne segue il percorso fin dentro l’anima degli italiani e nella sua, lì dove effettivamente essa ha la sua sede: «poi divenni fascista per tante piccole ragioni sentimentali, ma anche perché odiavo quel dottore, quella sua boria di piccolo borghese illuminato, quella sua volgarità di povero ateo; odiavo in lui, nella sua barba rossiccia, nel suo sguardo crepuscolare tutto il socialismo italiano, da Edmondo De Amicis a Filippo Turati». Estasiante verrebbe da dire, per poi aggiungere che questa è forse la prima vera descrizione di quello che oggi si chiamerebbe un radical chic.

Il grande giornalista ne ha per tutti, per i borghesi dalla vita triste e appartata, i quali non vedono l’ora di esaltarsi con i discorsi del Duce che finalmente restituisce loro il senso di quell’eroismo da melodramma, e per gli altri: «incolpare gli italiani di aver creduto a Mussolini è oggi la costante accusa degli antichi oppositori, ma è accusa senza fondamento, perché i primi a credere in Mussolini furono proprio gli stessi antifascisti». Non che gli intellettuali siano dipinti meglio: «Benedetto Croce, benché la stampa di opposizione sia vietata, può pubblicare […] E Croce, per vent’anni, crederà di combattere quel tiranno che gli stesso aveva nutrito. Gli intellettuali avversi al regime si riuniranno nei caffè e nei salotti ad invocare la libertà, pur conservando stretti rapporti coi prefetti e i capi fascisti […] Soltanto i ricchi potranno coltivare il lusso dell’antifascismo nelle loro case riscaldate». Eppure, quando c’è da riconoscerci i nostri seppur non proprio gloriosi meriti, lo fa: «Mussolini è alla testa di un paese di gente povera, in fondo pacifica, di quaranta milioni di italiani che s’illudono di appartenere a una grande nazione: Hitler è a capo del popolo più capace, più bellicoso, più romantico della terra. In Italia si crede in Mussolini fino al punto in cui conviene, in Germania si crederà in Hitler fino alla morte». Come si suol dire, severo ma giusto!

Ecco, Longanesi ci insegna come si racconta la Storia: senza fronzoli accademici, affastellamenti inutili di particolari che presto verranno dimenticati, ma piuttosto con un certo sguardo cinico, senza timore nel far uso dell’ironia una volta che le lancette del tempo si sono fermate («colti da una strana euforia, pronunciamo la parola libertà […] e ci sentiamo un po’ tutti personaggi storici. A un tratto, dimenticando di aver seguito o almeno ubbidito a Mussolini…») e soprattutto standoci immersi. Questo è coraggio, onestà, capacità di fare i conti con l’Italia e se stessi, senza la comodità di un divano situato a oltre settant’anni di distanza.

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