Zeffirelli postumo in Arena: “Traviata” kolossal, emozione minimal

Scenografia molto “carica”, regia poco incisiva, compagnia di canto poco brillante. Violetta-Kurzak non va oltre la routine. Successo e riuscita sono due cose diverse

Accompagnata da una febbrile settimana di vigilia, con la morte di Franco Zeffirelli a generare un’onda retorico-mediatica tutta iperboli e apodittici proclami, spesso debordanti nella sciocchezza pura e semplice, la “Traviata“inaugurale del 97° Festival operistico in Arena era ormai da giorni nella felice (per gli organizzatori) condizione delle profezie di successo che si auto avverano per il solo fatto di essere ripetute incessantemente. Fra l’altro, era stata proclamata “il più grande allestimento nell’anfiteatro da 40 anni a questa parte” e chissà come avrebbe preso questa fantasiosa definizione quel caratteraccio del regista fiorentino, che dentro questo lasso di tempo ha realizzato tutti i suoi kolossal per l’Arena, dalla Carmen al Don Giovanni, tutti implicitamente ridotti a condizione “minore”. Naturalmente, non possiamo saperlo, così come non sapremo mai che cosa avrebbe pensato di questo spettacolo realizzato per procura, nato dalla ricognizione e collazione di materiali diversi conservati nei suoi ricchi archivi di bozzetti e progetti visivi. Che nella realizzazione pratica in loco (decisiva, come sanno tutti quelli che si occupano di teatro) di suo non ha potuto avere nulla, dal momento che le sue condizioni di salute da tempo gli impedivano di recarsi a Verona.

Una Fondazione lirica che aspira a un ruolo internazionale (e non solo per la folla che riempie l’Arena) avrebbe dovuto mostrare il necessario rispetto sia per Zeffirelli che per i suoi assistenti e soprattutto per il pubblico, dichiarando in locandina chi avesse preso in mano la “confezione” di quel che andava in scena (per quel che ne sappiamo, il vicedirettore artistico areniano, Stefano Trespidi, e – citato dal “Corriere della Sera” – lo “storico assistente” Massimo Luconi), ma così non è avvenuto. Sovrapposti e archiviati in positivo i concetti molto diversi di “successo” e “riuscita”, certamente gli organizzatori avranno invece atteso con ansia i dati degli ascolti televisivi, visto che c’era la diretta di Raiuno. Per scoprire che il pubblico italiano dell’opera in Tv è da anni sempre lo stesso, un po’ sopra o un po’ sotto i due milioni di media: 1.927 mila per questa “Traviata”, 1.938 mila per l’”Attila” scaligero del 7 dicembre 2018, 2.077 mila per l’”Andrea Chenier” del 2017 sempre alla Scala. Il che non impedirà loro di cantare vittoria. Ma resta da precisare che questa Traviata, oltre il suo indubitabile successo, non ha avuto nulla della riuscita eccezionale che era stata prematuramente battezzata.

Non è eccezionale la scenografia di Zeffirelli, che in questo caso (a differenze di altre sue esperienze nell’anfiteatro) si limita a ripercorrere i suoi tipici e molto datati moduli d’immagine, negli ultimi decenni della sua attività spesso sull’orlo del kitsch (“incontinenza”, l’ha definita brillantemente Vittorio Sgarbi in Tv). Soluzioni che per semplicità si tende a definire cinematografiche, e che in questo caso affastellano idee provenienti da diverse sue creazioni, va da sé quasi tutte nate al chiuso e “pantografate” sulle gigantesche dimensioni della scena areniana. Qui l’idea centrale è un’architettura in stile Secondo Impero, sviluppata su due piani nel primo e nel terzo atto, con un uso peraltro inevitabilmente parco della zona superiore, molto problematica anche per i problemi dell’acustica. Un trionfo di scalinate, specchiere, colonne con capitelli dorati, statue, balaustre a colonnine… I pezzi di questo palazzone, che si trasforma in una villa con padiglione vetrato nel secondo atto, sono scomponibili e girevoli. E come da tempo ormai accade, i cambi di scena a vista strappano sempre l’applauso del pubblico. Peccato che qui avvengano a esecuzione ferma (fra prima e seconda scena del secondo atto). Nel “Trovatore”, nella “Butterfly”, nella stessa “Aida”, Zeffirelli gestiva questi cambi come elemento incisivo della sua idea drammaturgica; qui sono una dimostrazione fine a se stessa.

È molto meno che eccezionale la regia, intesa come lavoro sui personaggi e sulla loro presenza scenica, gestione della masse – naturalmente sovrabbondanti – lucidità di racconto (tutte cose alle quali Zeffirelli non ha ovviamente potuto mettere mano, al di là di qualche consiglio; e nelle quali sempre si notava la sua mano sapiente, quando poteva seguire la preparazione direttamente). Questa Traviata nei costumi tardo-Ottocento di Maurizio Millenotti, sempre affollata e un po’ sopra le righe, non può certo dirsi risolta nell’espediente del flash-back creato mostrandoci il funerale di Violetta all’inizio (questa idea pare risalga a Dallas 1958, prima Traviata in assoluto del regista fiorentino). E neppure nella passeggiata che la protagonista fa all’inizio del terzo atto, dal boudoir dei suoi amori al primo piano, fino al letto di morte collocato al piano terra. Dentro al kolossal, insomma, l’emozione è minimal, come se il dramma fosse osservato con un cannocchiale rovesciato.

Nella sua dichiarata logica di ricapitolazione “in limine vitae” questo spettacolo ha tutta l’aria della rievocazione un po’ polverosa di un’antica e gloriosa scuola. L’omaggio ci può stare, naturalmente, considerando la personalità e l’importanza storica di Franco Zeffirelli e la sua pur tardiva ma assidua presenza in Arena negli ultimi vent’anni. Preoccupa però che si dica (lo ha fatto Trespidi) che questa Traviata durerà fino al 2030. E preoccupa che il discorso sulla regia continui a non trovare in Arena la necessaria attenzione alle esperienze più adeguate al gusto e alla creatività di oggi, al di là delle dinamiche da spettacolo popolare che qui sono (o sembrano?) d’obbligo. Gli ultimi tentativi risalgono ai primi anni Duemila (il “Nabucco” di De Ana, la “Traviata”, appunto, di Graham Vick). Poi il ripiegamento e l’accomodamento in una routine che finora ben poco è riuscita a invertire il trend negativo della presenza di pubblico.

Perché poi, questa routine finisce per “stingere” anche sugli aspetti musicali delle produzioni, peraltro sempre condizionati, non meno di quelli teatrali, dalla cronica riduzione al minimo delle prove. Nella serata inaugurale, ad esempio, Aleksandra Kurzak è stata una Violetta Valery sotto al minimo sindacale: imprecisa nella zona alta della tessitura, con la tendenza a sbiancare il suono, spesso contratta più di quanto la tensione del debutto potesse consentire, tendente ad improprie accentuazioni veristiche nel fraseggio, lontana dalla sottolineatura della complessità di un personaggio che è, come si sa, perlomeno triplice, visto che ad ogni atto muta la sua psicologia. Tutt’altro che incisivo l’Alfredo Germont del debuttante tenore Pavel Petrov, voce piccola o comunque non “areniana”, non di rado nasale, pronuncia più di qualche volta approssimativa. Stando così le cose, ascoltare Leo Nucci nei panni di Giorgio Germont ha se non altro ridato – oltre l’usura della voce, tuttavia controllata con abilità – il gusto e il senso di un fraseggio verdiano meditato e profondo. Fra gli altri, da citare Daniela Mazzucato come Annina, Romano Dal Zovo nei panni del dottor Grenville, Gianfranco Montresor in quelli del barone Douphol. Preciso il coro istruito da Vito Lombardi.

Apparso fisicamente affaticato, Daniel Oren ha fatto valere dal podio la sua esperienza di direttore capace nello spazio areniano di disegnare con buona precisione il rapporto fra scena e orchestra e di trovare la via giusta per affermare qualche valore di suono. Ne è uscita una Traviata di drammaticità introspettiva, talora perfino estenuata, più comoda di altre volte nei tempi. Precisa ma non particolarmente coinvolgente. Accoglienze di vivo calore, nella media di una Traviata areniana, di Zeffirelli o no. Grandi applausi specie alla fine, con inedito bis del brindisi del primo atto (“Libiamo ne’ lieti calici”) con Oren a dirigere l’orchestra dal palcoscenico.

Ph Ennevi