Olimpiadi Milano-Cortina, Zaia e Sala fate meno i Dogui

Benissimo che la candidatura italiana, o meglio lombardo-veneta, abbia vinto. Andiamoci piano però con la retorica trionfalistica. Cinque buoni motivi per gioire ma con moderazione

Siamo tutti contenti che l’Italia abbia conquistato le Olimpiadi invernali del 2026 calando il doppio asso Milano-Cortina. Ma un conto é festeggiare, un altro é darsi all’orgia celebrativa, sindrome tipica di un popolo insicuro e affetto da esterofilia, abituato ad autodenigrarsi quando non dovrebbe ed esaltarsi quando non occorre. Cerchiamo di riportarci coi piedi per terra, dopo la sbracataggine delle urla e cori da stadio a cui si sono dati i Malagò, i Sala e gli Zaia dopo il verdetto del Cio.

47 a 34. Sono i voti andati al dossier italiano rispetto alla proposta svedese di Stoccolma e Are. La rassegna stampa di stamane traboccava di retroscena sui Montezemolo, sugli Scaroni e sulla sfilza di personaggi, all’incrocio tra sport e bel mondo, che avendo fatto quel che riesce loro benissimo, cioè i lobbisti, hanno contribuito potentemente a convincere i vari Stati ad assicurare la maggioranza all’Italia. Per carità, le cene, i corteggiamenti e le conoscenze utili ci stanno sempre, ma se è stato necessario sguinzagliare i cani da tartina e da tartufo esperti in dietro le quinte, sorge il dubbio che il dossier di cui sopra non fosse poi così a prova di bomba. In realtà, solido era solido, ma si è voluto ricorrere a tutti i mezzi per non rischiare neanche di un millesimo di pelo la figuraccia della bocciatura.

Svezia, capirai che concorrente. E già: l’avversario era, diciamolo pure, un brocco. Un Paese di tradizioni innevate e ghiacciate che per l’ottava volta consecutiva fallisce l’impresa, non può essere definito propriamente temibile. Gli svedesi non hanno convinto il comitato esaminatore anche per quella fissa nordica di voler far finanziare tutto ai privati, senza contare il fatto che la capitale Stoccolma ha ingoiato la candidatura come un rospo imposto dal governo nazionale. E poi, obiettivamente: gli scandinavi saranno efficienti e rigorosi come antichi norreni, ma l’internazionale e senz’altro più chic Milano, con in più le rosee vette di Cortina, possiedono ben più fascino della plumbea piattezza delle alture vichinghe.

Quanto costi, Olimpiade mia. Milano-Cortina costerà 1 miliardo e 300 milioncini, ripartiti tra enti locali (370 milioni) e Cio (925). Chi si ricorda delle cattedrali nel deserto lasciate a Torino 2006 penserà di primo acchito: bene, stavolta non ci sarà rischio di sperperi. Tale rischio, invece, non può essere negato a priori. Tanto per cominciare, se all’inizio del processo che ha portato alla candidatura c’era chi (la Lega) giurava quasi sul Vangelo che lo Stato non ci avrebbe messo un euro, poi, con grande scorno dei 5 Stelle, il governo gialloverde ha dovuto mgià ettere sul piatto 400 milioni per la sicurezza, e il sottosegretario con delega allo sport, Massimo Giorgetti, ha già parlato di disponibilità a finanziare non meglio specificati «progetti sul territorio». Il premier Giuseppe Conte, che alla fine della cerimonia di assegnazione si é defilato, ha promesso «investimenti infrastrutturali», a patto che «possano rimanere in dote» ai luoghi interessati «anche al termine della parentesi olimpica». Si sa però come vanno queste cose: il conto può crescere, come é cresciuto regolarmente in tutte le manifestazioni di questo tipo, tanto più se si parte bassi, molto bassi con le spese. Perfino troppo, se si pensa ad esempio che il Cio ha considerato sottostimato il preventivo per la riqualificazione della pista di bob a Cortina (47 milioni inclusi il primo decennio di gestione). D’altronde lo hanno ammesso gli stessi promotori: pur di vincere si sono mantenuti sul minimo risicabile. Ma questo, come sa molto bene chi lavora nell’edilizia, non é indice di certezza sul consuntivo finale, semmai il contrario.

Il partito del sì (a tutti i costi). Naturalmente, non è parso vero ai politici del fare per fare – e ai giornalisti del fare claque – irridere tronfi al “partito del No” che uscirebbe umiliato dai vincitori leghisti, san Zaia in testa, e piddini, ottimo Sala sul podio, cioé sbeffeggiare il M5S, Di Maio e la sindaca torinese Appendino. Ora, sicuramente il Movimento subisce ancora l’iniziativa dell’alleato-rivale: Salvini ha messo a segno un gran colpo d’immagine, e per giunta assieme a un primo cittadino espressione del Partito Democratico com’é Sala. Ma a parte il fatto che Torino nel 2018 è stata esclusa non solo per le divisioni interne ai grillini ma anche perché la Lega ha privilegiato le “sue” Regioni, Lombardia e Veneto, la Appendino, senza clamore, ha ottenuto il sostegno di 80 milioni per i più lunghi Finals Tennis (dal 2021 al 2016); e soprattutto c’è da rammentare agli smemorati, che già si vedono come il Dogui spaparanzati in montagna all’insegna di “sole, whisky e sei in pole position”, che ad aver affossato per primo le Olimpiadi a Roma fu nel 2011 il reverendissimo Mario Monti, mica solo la pentastellata Raggi qualche anno dopo. Per un motivo molto semplice: conti alla mano, non convenivano.

Libiamo e gioiamo, ma con juicio. Tirando le somme, solo e unicamente se le spese messe a preventivo verrano rispettate, allora saranno Olimpiadi da ricordare, mettiamola così, non in negativo. Non diciamo in positivo, perché non dovrebbero esistere soltanto i flussi di cassa, come criterio – lo sport, per dire, che fine ha fatto, nel diluvio di felicitazioni di oggi? Come mai Graz e Innsbruck, Calgary e Sion hanno rinunciato? Non sanno forse il detto “piatto ricco mi ci ficco”? Sono governate da tafazziani analfabeti in materia di numeri e bilanci? L’indotto non li impressiona? No, é che, vuoi magari per quella stramba abitudine a mettere a referendum le pubbliche decisioni, vuoi per un banale calcolo dei costi cresciuti nelle precedenti edizioni, hanno preferito darsela a gambe. Lasciando sole la Svezia – che come abbiamo visto ne fa ormai una questione di orgoglio patrio – e l’Italia, che nonostante gli isolati 5 Stelle, non appena si profila una pioggia di quattrini dall’alto, parte all’arrembaggio. Più ce n’è, meglio é. Vero, purchè con giudizio, monitorando gli sviluppi, e tenendo sotto controllo uscite finanziarie e impatti (ambientali in primis). Applausi, dunque. Ma con decoro. Non facciamoci sempre riconoscere. Taaac.