Sea Watch, Salvini non faccia il maschio alfa: risolva il problema

Il “capitano” italiano mostra un complesso di inferiorità verso la “capitana” tedesca. Ma al di là della commedia non affronta il tema dei rifugiati

La vicenda della “Sea Watch” è priva di ogni fondamento reale, a parte la sofferenza di quaranta persone. E scusate se è poco! Si tratta di una battaglia tra simboli dietro ai quali si celano solo pregiudizi sui quali non si può ragionare perché assunti come atti di fede. C’è una capitana che combatte il capitano. Una giovane, istruita, bella ragazza tedesca al comando di una nave olandese contro un maschio italiano di mezza età, brutto e trasandato, che tiene in gran disprezzo l’istruzione. L’una provoca in un modo ripetendo frasi di umanità e di solidarietà; l’altro provoca invocando un’ottocentesca difesa dei confini patrii e la tracotanza delle potenze straniere sui poveri italiani che reagiscono a parolacce.

Se, a parità di scelte concrete compiute (che non ci sono state), al comando della nave ci fosse stata una persona che somigliava fisicamente a Salvini e al Ministero degli Interni una bella giovane donna tedesca – per esempio Josefa Idem vent’anni fa – il discorso avrebbe avuto meno effetto. Il copione della vicenda era già scritto e gli interpreti sono stati scelti dopo un casting con cui sono stati scelti i più adeguati. Tutto questo impedisce un ragionamento e una soluzione equilibrata, intelligente e di vero buon senso. Ma i simboli sono importanti e chiarificatori per le menti semplici perché dietro di essi si celano modi di pensare radicati. Peccato che per poter svelare la verità serva ragionamento e uno sforzo intellettuale di cui si dovrebbero occupare menti articolate e libere da interessi e pregiudizi. Il capitano parla la lingua e usa i simboli di quella parte d’Italia ancora succube di complessi di inferiorità nei confronti di chi ha studiato, ha avuto successo e ha trovato un posto soddisfacente nella società. Di quelli che non credono di potercela fare e allora si arrabbiano e invidiano i più fortunati rivendicando la stessa “fortuna” sotto forma di aiuti.

Quelli che si sentono inferiori ai tedeschi e ad altri popoli con i quali temono di confrontarsi sul piano della civiltà e dello sviluppo. Anziché sforzarsi di somigliare alla bella e generosa capitana tedesca, a causa del complesso di inferiorità, preferisce insultarla con il conforto del capitano che ne interpreta i sentimenti. C’è un’Italia nobile e generosa che vuole confrontarsi alla pari con le maggiori potenze del mondo e ci riesce. E ce n’è un’altra che per paura preferisce inveire ed evitare il confronto accusando gli altri dei propri fallimenti. Il capitano fa lo «sbruffoncello» – termine che lui stesso ha applicato alla capitana – ma evita di recarsi ai summit europei a trattare da pari a pari, conscio di avere alle spalle un grande Paese, per rivedere la politica sui flussi migratori. D’altra parte, sempre simbolicamente, cosa ci farebbe l’uomo con la felpa e la barba trascurata tra i ministri europei? Quale Italia rappresenta? La migliore o la peggiore? Cosa potrebbe sostenere uno che non ha studiato i fenomeni e crede di potere semplificare un problema complesso? Molto più affidabili Conte e Moavero che almeno parlano le lingue e si vestono adeguatamente usando modi educati senza complessi di inferiorità considerata la loro carriera. Ma chi si sente ignorante e debole, preferisce non confrontarsi perché teme chi è più istruito. Questa è la mentalità che interpreta il capitano.

Infine, c’è un problema di genere: le paure reciproche che maschi e femmine hanno le une degli altri. La forza bruta del maschio spaventa le donne, ma se usata contro altre donne che la pensano diversamente dà fiducia a chi non conosce altro modo di relazionarsi. La crescita sociale delle donne che occupano sempre più posizioni dirigenti nella società e arrivano a guidare una nave a soli trent’anni, spaventa i maschi insicuri che vedono sottrarsi ruoli ai quali un tempo accedevano senza concorrenza di genere. Al di là di questa analisi simbolica del capitano e della capitana, i quali entrambi sfruttano la propria immagine, si provocano a vicenda e non agiscono concretamente, rimane il vero problema dei rifugiati. Un problema drammatico che non si può risolvere con la drammatizzazione, ma solo con la riflessione. Anzi, che non si può proprio risolvere del tutto, ma che si può mitigare se si abbandona la commedia e si passa alla vita reale.

(ph. Imagoeconomica)