Olimpiadi invernali 2026: davvero a costo zero?

Finito subito l’entusiasmo restano gli interrogativi: ambiente, finanziamenti privati, coinvolgimento turistico nel resto del Veneto

Dopo appena un paio di giorni, le Olimpiadi invernali del 2026 sono sparite da giornali, televisioni e social. Nelle 48 ore successive alla assegnazione dell’evento a Milano-Cortina, l’intero Paese si è dato alla pazza gioia manco la scelta del CIO avesse privilegiato la candidatura italiana a scapito di chissà quante titolate rivali anziché della sola derelitta abbinata svedese Stoccolma-Aare, che ci ha provato praticamente solo per onor di firma con un dossier che faceva acqua. È stato esagerato al limite del ridicolo l’entusiasmo generato in tutto il paese dalla vittoria lombardo-veneta. A cominciare dalla sguaiata ola messa in scena davanti alla Commissione del Comitato Olimpico dalla delegazione capeggiata da Giovanni Malagò (in foto), Beppe Sala e Luca Zaia. Vabbè che il Paese è depresso e qualsiasi benchè minimo successo nazionale è sentito come un mezzo Risorgimento, ma stavolta sono andati tutti fuori giri. A cominciare dai politici di tutti i partiti, gli uni (quelli della Lega e del PD) a vantarsi di essere i padrini dell’assegnazione, e non è vero, gli altri (a cominciare dai 5Stelle che, nell’occasione ma anche già per Roma 2024, hanno combinato un disastro) nell’arduo tentativo di recuperare una particina sul palco iridato.

Qualcuno (Salvini) si è lasciato andare addirittura ad una «berlusconata» d’altri tempi profetizzando ventimila posti di lavoro e 5 miliardi di valore aggiunto generati dai Giochi invernali. Studiosi più seri e, soprattutto, l’esperienza delle Olimpiadi precedenti (vedi Torino 2006) dicono invece esattamente il contrario: si va incontro ad un buco sicuro.

E poco importa che lo Stato, almeno per il momento, non si è impegnato a sostenere finanziariamente Milano-Cortina se non per i servizi della sicurezza, i cui costi sono preventivati in 400 milioni. Le risorse pubbliche saranno comunque necessarie e saranno messe a disposizione da enti di rango inferiore e cioè Regioni, Province e Comuni. Vedremo, per restare al Veneto, dove e come Zaia (o chi ci sarà al posto suo fra sette anni) andrà a trovare i soldi. Nelle tasche dei contribuenti veneti? O si spera che la tanto auspicata e per ora evanescente autonomia sia anche fiscale? Sarebbe la quadratura del cerchio: le Olimpiadi arricchiscono Lombardia e Veneto autonome e i soldi restano lì, alla faccia del resto d’Italia che comunque contribuirà a pagare le spese che si accollerà lo Stato.

Qualcuno obbietta: il CIO ci mette un miliardo di euro e, il resto, lo mettono i privati. Bellissimo, certo, evviva il privato. Ma questi investitori vorranno pur qualcosa in cambio, no? I soldi che pompano nel Comitato Organizzatore devono rendere. E questo ha un prezzo? Sicuramente e non solo in termini economici, dicesi profitti. Il rischio che già qualcuno ha accennato è che il pubblico si senta in dovere, in cambio della gratuità o quasi dell’evento assicurata dai finanziamenti privati, di chiudere un occhio, di facilitare, di venire incontro alle pretese degli investitori. Anche senza ipotizzare corruzioni, che comunque sono inevitabili nei Grandi Eventi, sarà tutelato un ambiente prezioso e delicato come quello delle montagne? Le Dolomiti, centro delle prove olimpiche non solo venete ma pure trentine, da un decennio e cioè da quando sono diventate Patrimonio dell’Umanità UNESCO, hanno visto moltiplicare esponenzialmente il numero dei turisti.

Franco Brevini, docente universitario e scrittore, alpinista sostenitore della «slow mountain», ha scritto sul Corriere del Veneto una lettera alle Dolomiti: «siete inseparabili dalle vallate e dai paesi che stanno ai vostri piedi e che anche per questo non possono trasformarsi in succursali alpine del paese di Bengodi». Ecco il rischio: insediamenti immobiliari, modifiche dell’ambiente, forzature di equilibri naturali in nome del Grande Evento mediatico.

Siamo poi proprio sicuri che arriveranno davvero questi turisti-sportivi? Che, per restare al Veneto, invaderanno le città d’arte o il Garda? Certo li vedrà Cortina d’Ampezzo, località in declino da anni. Magari anche Verona, se davvero ospiterà in Arena la cerimonia conclusiva dei Giochi. Ma Venezia, Vicenza, Padova perché dovrebbero attirare il pubblico che andrà piuttosto a vedersi le gare sulle piste da sci o da fondo o su quella di bob intitolata a Eugenio Monti (una cinquantina di milioni per il rifacimento)? E il povero Altopiano dei Sette Comuni, prima illuso da Zaia di vedersi assegnata qualche prova e poi tagliato fuori da tutto perfino come sede di allenamento, riuscirà a rientrare almeno turisticamente nel grande giro olimpico?

Vedremo se il Veneto, partner per ora minoritario dell’accoppiata con la Lombardia, riuscirà almeno a conquistarsi un ruolo da pari rango rispetto a Milano. Probabilmente dipenderà da quanti schei riuscirà a portare nelle casse del Comitato Organizzatore, dal coinvolgimento dei principali gruppi industriali e finanziari della Regione, dalle formule pubblico-privato (speriamo vada meglio che con la Pedemontana) che saranno in ogni caso necessarie per adeguare il versante veneto a quello lombardo.

Prepariamoci, ci aspetta una volata lunga sette anni.