La “restituzione” di Intesa, nuova luce al Cenacolo del Veronese

Il restauro della monumentale opera nel refettorio del Santuario di Monte Berico è l’intervento più impegnativo nel territorio vicentino

A un lungo e delicato restauro sarà sottoposto il Cenacolo di San Gregorio Magno di Paolo Veronese, il più impegnativo e qualificante intervento tra quelli compiuti nel territorio vicentino dalla Fondazione Intesa Sanpaolo, promosso per ricordare i 30 anni delle benemerite “Restituzioni”. Ne hanno diffusamente parlato nella conferenza stampa svoltasi a Monte Berico, nella sala in cui il capolavoro pittorico si trova da quando fu eseguito nel 1572 su commissione del frate Domenico Grana, zio dell’autore, Francesco Rucco sindaco di Vicenza, Fabrizio Magani soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, Giovanni Bazoli presidente emerito di Intesa Sanpaolo, e Giorgio Bonsanti co-curatore del Programma Restituzioni.

La monumentale opera, collocata nella parete di fondo dell’antico refettorio del Santuario, è una delle celebri tele del Veronese, cronologicamente posta tra la Cena in casa di Simone (1570), conservata nella Pinacoteca di Brera a Milano, e il celebre Convito in casa di Levi (1573), custodito alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ė notoriamente uno dei soggetti preferiti dall’artista «Non certo per ragioni di intima religiosità, ma per l’occasione che gli offrivano la folla multicolore e l’impianto grandioso: tali da configurarsi in immagini sempre più ricche cromaticamente, e decorativamente festose». (Giuseppe Mazzariol).

La scena, che si sviluppa lungo la linea orizzontale per accogliere una folla di figure variamente atteggiate, si apre in uno spazio architettonico molto elevato, sotto un porticato sostenuto da colonne corinzie, che richiamano gli edifici classicheggianti del Palladio a Vicenza, la città più connotata dal suo stile inconfondibile. Questo spiega perché il restauro del grande telero, acquisti un significato particolare per la nostra città, pur restando un fatto emblematico nell’arte veneta del tardo Cinquecento, quando una riviviscenza classicista tende a creare intorno alle immagini una spazialità che supera sia il tonalismo tizianesco che il luminismo chiaroscurale del Tintoretto. Ciò avviene nel Veronese in virtù di valori cromatici accesi, imbevuti di luce solare, che sembrano riproporre la gioia di vivere della città lagunare.

La ripresa di un fastoso linguaggio cromatico nella rappresentazione dello spazio dinamico non significa nel Veronese un ritorno all’antico, ma un senso di umana fiducia nel proprio linguaggio poetico, ancor più che nelle magnifiche sorti di una società ormai in crisi. Ė dunque la specificità stessa del linguaggio pittorico del Veronese ad essere stata gravemente alterata nel Cenacolo vicentino per l’usura del tempo e l’accanimento degli uomini. Ė noto che la magnifica tela, il 10 giugno 1848 venne tagliata in 32 pezzi dai soldati austriaci e, seppur fatta restaurare dall’imperatore Francesco Giuseppe, ha perso sempre più lo smalto cromatico, che è peculiarità dell’autore oltre che di quest’opera.

Il dipinto soffre di spenta luminosità, di opaca cromia nella trasparenza del mezzo atmosferico e nella nettezza timbrica delle tinte. Ne risente l’animazione stessa della scena, snaturata da una realtà che ha perso la vivacità del racconto, l’effervescenza della vita. Illuminanti alcuni interventi della conferenza stampa, soprattutto quello della restauratrice Valentina Piovan, e vivace l’introduzione del Sindaco Francesco Rucco. Soporiferi, invece, quelli di pura circostanza rivolti a uno sparuto numero di convenuti spossati dalla calura estiva.

(ph. Wikipedia –  Sailko – Gnu Free Documentation)